Perché una lingua còrsa?

Sono un “còrso d’Italia”. Còrso, per ascendenza paterna, d’Italia, nel senso che da più di cinquant’anni vivo e lavoro in questo Paese. La diaspora còrsa viene in terza posizione dopo quelle ebraica e svizzera. Sempre per motivi genetici, ho l’onore di appartenere a tutte e tre. Non sono neanche nato in Corsica, che però è stata la meta di tutte le mie vacanze sin dalla più tenera età. Civitavecchia-Cagliari notturna, risalita della Sardegna fino a Santa Teresa di Gallura, traghetto per Bonifacio, Bonifacio-Bigorno (40 km a SE di Bastia, tre ore di strada).

Sono nato nel 1959, e negli anni Sessanta e Settanta il turista italiano in Corsica era una specie del tutto ignota. Fu a partire dal 1980 che varie compagnie navali aggiunsero Bastia alle mete raggiungibili da La Spezia, Savona, e soprattutto Livorno. Prima di allora, la macchina di mio padre, immatricolata “Roma” faceva voltare a mandibole divaricate i bravi villici còrsi, esattamente come se avessero visto sfrecciare un disco volante targato “Marte”.
Nel 1980, avevo ventun anni, incominciai a recarmi in Corsica per conto mio, portandoci amici e fidanzate italiani. Quello che mi colpì sin dalla prima volta, fu l’ignoranza pressoché totale che questi rivelassero a proposito dell’Isola, e la meraviglia nello scoprire un paese che non assomigliasse per niente alla vicina Sardegna.

Ho fatto la scuola francese, Chateaubriand, dall’inizio alla fine. A lezione di Geografia, avevamo la mappa dell’Esagono e, in un riquadro in basso a destra, la Corsica. In quinta elementare avemmo diritto a un’ora settimanale di geografia italiana. Era stato adottato un testo italiano, e quale non fu il mio sconcerto nel vedere sulla carta – parlo degli ultimi anni Sessanta – la Penisola, la Sicilia, la Sardegna, e sopra quest’ultima… un azzurro mare deserto! Gli italiani della mia generazione per lunghi anni non hanno neanche saputo dell’esistenza della Corsica!
Mentre facevo la fila per il biglietto del traghetto, ogni quarto d’ora l’impiegato allo sportello si alzava e ripeteva ad alta voce: “La Corsica è come la Francia! Bisogna portare il passaporto!”

Capii molto più tardi che, ancora in quel periodo, non aveva smesso di scottare lo smacco dell’Irredentismo. Quando Galeazzo Ciano rassicurava le popolazioni italiche affermando che, non vi preoccupate, la Corsica ce la riprendiamo, sono nostri fratelli, parlano la nostra lingua ecc., e invece la Corsica fu il primo département (“provincia”) francese a liberarsi, facendo scappare a gambe levate le camisge negre! A guerra conclusa, la Corsica in Italia era diventata un tabù, che a tutt’oggi non mi risulta del tutto sanato.

Una delle prime sorprese ad attendere il turista italiano era scoprirvi, accanto al francese, una lingua vicinissima all’italiano, perfettamente comprensibile, da far sorridere con simpatia e, qualche volta, sogghigno. “Ma quale lingua còrsa? Voi parlate un dialetto italiano, se non proprio italiano e basta!” Le reazioni da parte còrsa erano, e sono tuttora, improntate a una suscettibilità incendiaria. Gli italiani non capivano, e ancora ai giorni nostri non capiscono.
“Perché una lingua còrsa, quando parlate il dialetto più vicino al toscano medievale, che potrebbe darvi accesso a una della culture più ricche e prestigiose della storia europea?”
Facciamo un salto da un’altra parte. Nel Canton Ticino, territorio svizzero da tempi immemori, si parla italiano. Esiste un dialetto ticinese, naturalmente, ma la lingua ufficiale – sin dal 1856 – è l’italiano standard. Chi sono i Ticinesi? Italiani viventi in Svizzera? Italiani annessi dalla suddetta, come il Sud Tirolo e la Valle d’Aosta in Italia? No: il Canton Ticino si è unito alla Confederazione Elvetica nel 1803, ossia prima dell’Unità d’Italia. I ticinesi si definiscono “svizzeri di lingua e cultura italiana”.
La Corsica neanche lei è arrivata al 1861. Non è mai stata “italiana” nel senso geopolitico del termine. Era semmai genovese, e fu ceduta – soprassediamo… – alla Francia nel 1768. Da allora e per lunghi decenni, i còrsi sono stati “francesi di lingua e cultura italiana”. Perché uso il passato prossimo? Perché oggi, e intendo sin dall’inizio del XX secolo, nel bene e nel male, non è più così. I còrsi odierni sono “francesi di lingua e cultura còrsa”, o almeno così la pensa la stragrande maggioranza di essi.

Per un italiano, continua a non essere chiaro.
Con il progressivo, quanto lento, distacco dalla cultura italiana, per via di una scuola che trasmetteva unicamente e senza deroghe quella francese, una crisi di identità non tardò a incistarsi nella società isolana. Chi siamo, alla fine? Ormai parliamo e scriviamo tutti alla perfezione il francese, ma tra di noi parliamo un’altra lingua, che sentiamo come profondamente nostra! E che chiamiamo u corsu
Certo, furono anche tanti i còrsi che, dopo il Diploma, scelsero di iscriversi a Lingua e Letteratura Italiana, tra Nizza e Parigi – allora l’isola non disponeva di una propria università – per poi diventare professori di liceo, chi in Corsica, chi sur le Continent.
Ma la prima metà del Novecento visse le prese di coscienza delle minoranze linguistiche sul territorio della Repubblica. Provenzali, baschi, bretoni e alsaziani presero a rivendicare il diritto a un riconoscimento. I còrsi si accodarono. Parigi fece orecchie da mercante per lunghi decenni. Nel 1951 tuttavia concesse alla scuola di introdurre l’insegnamento, opzionale, di provenzale, basco e bretone, considerati “lingue regionali” storicamente radicate. Il còrso e l’alsaziano furono esclusi dal provvedimento in quanto dialetto italiano il primo, dialetto tedesco il secondo, ossia varianti di due lingue insegnate a partire dal Collège, “scuola media”.
Nel 1896 l’italianista còrso Santu Casanova fondò la rivista A Tramuntana, il cui scopo era dimostrare che in còrso si poteva parlare e scrivere di qualsiasi argomento, come una “vera lingua”. L’obiettivo era quello di dar forma a una lingua còrsa basata in esclusiva sui vari dialetti in uso nell’isola. Seguirono altre riviste, varie grammatiche, dizionari e prese forma una letteratura in lingua còrsa che, con alti e bassi, al giorno d’oggi ha prodotto anche capolavori. Niente di paragonabile ai Promessi sposi, certo, ma a questo punto non è più possibile negare una specificità linguistica al còrso.

Ognuno può considerare la cosa come gli pare, ma per i linguisti l’esistenza di una lingua còrsa è un dato di fatto. Quello che conta è la volontà identitaria dei parlanti còrso, che può dirsi unanime. Parlare còrso esprime appartenenza al popolo còrso, e diversità da quelli italiano e francese.
Non impantaniamoci ora nell’oziosa questione di sapere se il còrso sia “una lingua” o “un dialetto”. Per la linguistica, d’altronde, sono la stessa cosa, non esistono criteri che consentano di determinare se tale parlare sia una “lingua” o un “dialetto”. Ogni “lingua” è stata agli inizi un “dialetto”. Come la lingua italiana che nasce con il dialetto trecentesco di Firenze. Il dialetto della Corsica è così diventato oggi la lingua còrsa.
In sostanza, niente esaspera di più un còrso che vedere un italiano mettergli una mano sulla spalla e con un sorriso fraterno, dire o sottintendere: “Vabbe’, sarai pure francese sul passaporto, ma sei dei nostri”. Se volete farvi degli amici in Corsica, astenetevi con rigore dal procedere a simili dichiarazioni, pena reazioni che possono rivelarsi di un’ostilità inattesa quanto imbizzita.
Siamo francesi, non perché lo dico io, e non soltanto perché abbiamo dato due imperatori alla Francia, più di ventimila caduti nella Prima e Seconda Guerra Mondiale, siamo stati la spina dorsale del Colonialismo francese, ce lo siamo guadagnati, ma perché la Storia ha voluto questo nostro destino, piaccia o meno. Per capire, occorre sapere che nel modo di pensare transalpino, la francesità si eredita o si acquisisce (non si ottiene). Mettere in dubbio la francesità di un còrso significa nel più dei casi ferirlo profondamente.
Personalmente, in quanto còrso non ho alcun problema ad affermare che gli italiani sono miei fratelli, ma alla stretta condizione che non si dimentichi che, quando mio fratello Mussolini decise di allearsi a Hitler contro la Francia, per colpa sua abbiamo passato un sacco di guai in Corsica, in quanto sospettati di collaborare con il nemico.

Sorvolando un’interminabile sfilza di studi dilettanteschi, arrampicatisi sugli specchi per dimostrare la “diretta discendenza” del còrso dal latino (e non dal toscano medievale importato da Pisa a partire dal 1071), oggi la lingua còrsa ESISTE. Esiste e ci siamo visceralmente legati, anche se, come qualcuno ha detto, “da un amore via via sempre più platonico”!
Il vero problema tuttavia è un altro: il còrso è a fortissimo rischio di estinzione a breve termine, malgrado gli sforzi di ogni genere da parte di linguisti, universitari, scrittori e militanti vari. Viene insegnato dall’asilo all’università, ma in giro per l’isola lo si sente sempre di meno.
Per quanto mi riguarda, faccio parte di quelli secondo i quali lo studio complementare dell’italiano possa aiutare in modo potente la sopravvivenza del còrso. Sostengo che noi còrsi siamo francesi di lingua e cultura còrsa, ma un passo successivo sarebbe quello di diventare “francesi di cultura còrsa e italiana”. Il mio ideale sarebbe una scuola isolana trilingue.
Con Corsica Oggi  vogliamo intensificare un dialogo con l’Italia, che è fin troppo mancato finora. Gli italiani non sanno nulla dei còrsi, nella stessa misura in cui i còrsi non sanno nulla degli italiani. Con eccezioni, certamente, ma molto rare, che non fanno che confermare potentemente la regola. Un mio giovane collega salernitano, Giuseppe Vitolo, afferma che in Corsica: “il francese deve essere la lingua dello Stato, il còrso quella dell’Identità, l’italiano quella della Memoria”. Concordo appieno.
Per dare un’idea di questa “ignoranza”. Ognuno avrà notato il mio uso estensivo dell’accento grave nel termine còrso. Ogni italiano sa benissimo che la o, come la e, rendono di fatto due fonemi rispettivi: aperto o chiuso. Il contesto gli fa capire al volo come leggere botte negli enunciati “botte di vino” e “un fracco di botte”. Scrivendo “la lingua corsa”, ognuno legge córsa e rimane con gli occhi pieni di puntini interrogativi, perché non ha alcuna familiarità con l’aggettivo corso nel senso di relativo alla Corsica. Con il mio editore ha dato luogo a un carteggio infervorato: lui non voleva l’accento, in cui vedeva un pugno nell’occhio, ma ha finito per darmi ragione. Pochissime persone avrebbe intuito lì per lì un titolo “La lingua corsa” per il mio libro edito nel 2003.
Con Giorgio Cantoni e Alessandro Michelucci ci dicevamo pochi giorni fa che non esistono storie della Corsica in italiano, se non qualche pagina all’inizio di ogni guida turistica. Il mio testo del 2003, qui recensito, colma in parte la lacuna, da affiancare a quello da non perdere di Tomassini. Per chi legga il francese, ça va sans dire, esistono numerose sintesi reperibili in qualsiasi libreria còrsa.

O fratelli taliani, v’aspittemu cù piacè, nu a sperenza chì a nostra lingua vi piaccia, sè vo a vultete, a v’ampareremu! Hè troppu tempu chè no ùn ci parlemu, è di cose da dicci n’avemu tamante, andate puru!

 

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Olivier Durand, Roma “La Sapienza”

Olivier Durand

Appartiene per motivi genetici alla diaspora ebraica, a quella svizzera e a quella còrsa. Docente di dialettologia araba all'università di Roma La Sapienza, è autore di diversi testi di linguistica, tra cui "La Lingua Còrsa" (ed. Paideia, 2003) e del romanzo "La ribellione del manoscritto" (ed. L'asino d'oro, 2015).

Olivier Durand

A proposito di Olivier Durand

Appartiene per motivi genetici alla diaspora ebraica, a quella svizzera e a quella còrsa. Docente di dialettologia araba all'università di Roma La Sapienza, è autore di diversi testi di linguistica, tra cui "La Lingua Còrsa" (ed. Paideia, 2003) e del romanzo "La ribellione del manoscritto" (ed. L'asino d'oro, 2015).

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8 Comments on “Perché una lingua còrsa?”

  1. Non capisco cosa intenda dicendo, “siamo stati la spina dorsale del colonialismo francese”, grazie

    1. Non vogliamo sostituirci all’autore dell’articolo, ma quella frase significa indicare che, tra i contributi dei Còrsi alla madrepatria, c’è quello di aver fornito in gran parte i quadri che hanno governato l’Impero coloniale francese. Come accade anche in Italia e diversi altri paesi, le regioni economicamente più povere hanno molti impiegati nell’amministrazione pubblica. E in quel caso anche nell’amministrazione coloniale. Molti funzionari e governatori delle colonie francesi erano Còrsi.

  2. Non dimentichiamo che alcuni corsi hanno pure contribuito,al di là dei numeri,all’unità d’Italia con la casacca di eroici garibaldini.

  3. Vorrei segnalare all’autore dell’articolo “Storia della Corsica Italiana” di Gioacchino Volpe, il quale copre principalmente il periodo sino all’annessione francese. E’ un testo apparso durante il periodo fascista, ma per quei tempi mi sembra abbastanza equilibrato.

  4. Dalle mie parti abitano alcune famiglie di origine Corsa, o meglio figli di sardi andati via e poi rientrati, in tutti è presente una evidente nostalgia della terra abbandonata, nonostante la Corsica disti da casa mia meno di un centinaio di km.
    Il modo migliore per ridare ai corsi l’uso della loro lingua è dare loro la possibilità di interagire con la terra che più gli è vicina e che più gli assomiglia (ovviamente la Gallura, non certo il campidano) basti vedere Tempio e Porto Vecchio, hanno quasi lo stesso centro storico(con le case in granito) e parlano il medesimo dialetto.
    Certo il sentimento fa voltare lo sguardo verso la Toscana (parente stretta anche della mia isola, più di quanto ammetteremo mai), ma una maggiore interazione commerciale e culturale tra le due isole penso possa Rappresentare uno strumento utile per “costringere” i corsi a parlare l’italiano/corsicano e riavvicinarsi alla “corsica” sarda che, paradossalmente, conserva ancora molti più parlanti corso (seppur sardizzato) dell’isola sorella.

    1. Spunto interessante, col quale concordiamo. E il volgere lo sguardo verso la Penisola (a Terrafema) o la Gallura, non si escludono a vicenda. Lo sguardo invece è attuamente rivolto verso Marsiglia e Nizza, e in generale verso il continente francese. Occorrerebbe forse un cambio di prospettiva, anche slo geografica, per capire che oltre ai contatti col continente francese, si possono benissimo coltivare anche quelli con quello italiano e con l’isola sorella.

  5. Personalmente ho molti dubbi che il dialetto còrso derivi dal Toscano. Con ogni probabilità si tratta di uno dei dialetti appartenenti al gruppo italico centro-meridionale, giacché le sue affinità con le parlate siciliane e campane sono notevoli: anche la Corsica, soggetta all’Impero Romano, ha sviluppato un suo Latino Volgare pian piano trasformatosi in idioma còrso. Che poi la fonetica possa essersi lievemente modificata nei secoli (come per il Gallurese, che si è “sardizzato” nella pronuncia) questo dipende eventualmente dalle varie vicende storiche.
    Quanto al considerare il Còrso una lingua, questa cosa, penso, dipende dall’uso che se ne fa: quando una parlata inizia a essere usata per scopi ufficiali o letterari (e quindi acquisisce regole obbligatorie) essa diventa una lingua.

  6. Capisco abbastanza bene u corsu,forse certe accentazioni e uso di alcune vocali scomparse dall’ italiano moderno,creano un po di problemi.Volevo anche dire a riguardo dei Corsi che dopo il 1943 ‘ Cacciarono fora le camisge negre,beh! So x certo che molti ex soldati italiani rimasti nell’ isola combatterono con i Corsi e ci lasciarono molti morti,piu’ dei corsi,questo nn deve essere dimenticato e che fi De Gaulle a voler cancellare questo ” probleme” imbarrazzante,infatti la truppa italiana che aveva liberato la Corsica venne imbarcata come animali verso l’ Italia x non dover poi il generalissimo vedersi ” estranei ” a cui magari dover dare la mano,questo si trova scritto,basta cercarlo.

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