Francia e Italia: tensione ai confini per la gestione dei migranti

Negli ultimi anni piccole tensioni sono cresciute lungo le linee di confine tra Italia e Francia. Confini che sono oggetto di dispute fin da prima della nascita dello Stato italiano, con le recriminazioni italiane sulla cessione di Nizza e della sua Contea nel 1860 e poi l’annessione dei villaggi di Briga e Tenda dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale. Per arrivare a tempi più recenti, ci sono state nel 2015 le accuse, sempre da parte italiana, che i francesi stessero tentando di spostare i cippi di confine sulla vetta del Monte Bianco – divisa tra i due Stati – per farla risultare interamente francese. Nel 2016, invece, le polemiche sui nuovi confini marittimi, esplosi con l’incidente di un peschereccio italiano catturato dalla gendarmeria marittima con l’accusa, infondata, di sconfinamento.

Il mese scorso, gli episodi di rinvio di migranti in Italia, donne incinte comprese, e l’arresto di un soccorritore francese che ha rischiato 5 anni di carcere per introduzione illegale di immigrati nel territorio nazionale. Da qui la campagna “Soccorrere non è un crimine” lanciata da medici e infermieri dell’operazione Freedom Mountain che ha base a Bardonecchia, paese italiano sulla linea del confine alpino con l’esagono.

E proprio a Bardonecchia, pochi giorni fa, l’ennesimo episodio, che questa volta sta creando un incidente diplomatico vero e proprio tra i due Paesi.

Il 30 marzo la polizia della dogana francese è entrata senza permesso nella saletta gestita dal Comune di Bardonecchia dove dall’inizio dell’inverno operano i volontari della Ong torinese Rainbow4Africa e dove trovano assistenza i migranti respinti dalla Francia e quelli che tentano la traversata dal colle della Scala, sul confine tra Italia e Francia. «Non avevano il diritto di entrare, nessun diritto – spiega il sindaco Francesco Avato – Questa sarà la prima e ultima volta. Sono molto arrabbiato e amareggiato per quello che è successo».

Agenti della polizia di dogana francese fotografati a Bardonecchia sabato 31 marzo 2018. (ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

 

I poliziotti francesi hanno fermato un uomo nigeriano su un treno TGV diretto da Parigi a Napoli – quindi verso l’Italia – nel tratto ferroviario tra Modane e Bardonecchia. Esistono infatti accordi tra Italia e Francia che permettono questo tipo di controlli alle rispettive polizie su questa specifica tratta tra Modane (il primo comune francese oltre il confine) e Bardonecchia. Dal comunicato francese si dice che l’uomo era sospettato di «trasportare droga in corpo» (cioè per esempio in ovuli ingoiati, come fanno molti corrieri della droga): non è del tutto chiaro a cosa servisse in questo senso il test delle urine che il nigeriano è stato costretto a fare.

Il problema, oltre all’atteggiamento non violento ma minaccioso degli agenti francesi, è stato dato da un lato dall’uso di quei locali, in cui non avevano diritto di entrare, dall’altro dal mancato avvertimento delle autorità italiane. In base agli articoli 40 e 41 del trattato di Schengen, infatti, sono previste circostanze in cui, per motivi di urgenza, i poliziotti di un paese possono sconfinare in un altro. Devono però comunicarlo alla polizia dell’altro paese, e finora non ci sono prove che questo sia avvenuto.

Commentando l’episodio, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) ha giudicato che le leggi di collaborazione tra la polizia italiana e quella francese siano state «palesemente violate». È una questione di interpretazione delle leggi che regolano gli interventi della polizia francese sul suolo italiano, che sono molte e complicate. Oltre all’accordo di Schengen, infatti, c’è l’Accordo di Chambery del 1997, il Trattato di Prüm del 2005 e l’Accordo tra Italia e Francia in materia di cooperazione bilaterale per l’esecuzione di operazioni congiunte di polizia del 2012. Riassumendo, l’ASGI contesta principalmente che nell’intervento della polizia francese non sia stata coinvolta né informata quella italiana, come invece sarebbe dovuto succedere.

Poi dice che quella in questione non era una situazione di emergenza che giustificasse il non aspettare la polizia italiana (che forse però non era stata proprio avvertita). Il trattato di Schengen poi proibisce alla polizia di un paese di fermare o arrestare una persona oltre il confine: e secondo l’ASGI gli agenti francesi «hanno di fatto proceduto al fermo del cittadino nigeriano sospettato». Sempre l’articolo 41 di Schengen, poi, vieta l’ingresso agli agenti francesi «nei domicili e nei luoghi non accessibili al pubblico», come forse sono quelli della stazione di Bardonecchia dopo la fine dell’accordo che li metteva a disposizione della polizia francese. Secondo l’ASGI, infine, gli agenti francesi non potevano ottenere il campione di urina del sospettato senza un’autorizzazione di un pubblico ministero italiano, come previsto dal codice di procedura penale.

La Procura di Torino ha aperto un fascicolo. Il procedimento, a carico di ignoti, prende in considerazione la possibilità che gli agenti abbiamo commesso abusi in atti di ufficio, violenza di domicilio e violenza privata.

Immediata anche la reazione del Ministero degli Affari Esteri italiano, tramite un comunicato ufficiale.

Il ministro francese con dellega alle Dogane, Gérald Darmanin, ha subito cercato di distendere i toni, annunciando una sua prossima visita a Roma per il 16 aprile: “Incidente increscioso, pronti a rivedere le intese”. E poi: “l’Italia è una nazione sorella”. Ma aveva anche aggiunto: “Non c’è stata nessuna violazione della sovranità italiana, solo un stretta applicazione dell’accordo del 1990 che consente di effettuare da una parte e dell’altra delle frontiera dei controlli”.

Il ministro aveva fatto sapere di aver chiesto al direttore delle dogane francesi di recarsi al più presto in Italia con l’obiettivo di “consentire la ripresa dell’accordo di cooperazione doganale in tutti i suoi punti, compresa l’utilizzazione del locale nella stazione di Bardonecchia”.

La questione dei confini, comunque, anche nel 2018 e con un processo di integrazione europea avviato da decenni, non si placa. Si tratti di prestigio, di gestione di risorse minerarie o alimentari, o perfino della vita di essere umani.


Fonti: Le Monde – La Stampa – La Repubblica – Il Post

Giorgio Cantoni

Nato nell'82 da genitori originari della città lombarda di Crema, di cui conosce e ama il dialetto, è appassionato di linguistica e di informatica. Vive vicino a Milano, dove lavora nel mondo della comunicazione digitale. Si è innamorato della Corsica e della sua cultura nel 2008, e sette anni dopo è stato tra i fondatori di Corsica Oggi.