Quando furono i mori sardi a rischiare di sparire dalla bandiera

Ogni popolo attraverso i suoi simboli più significativi (lo Stemma, il Gonfalone e la Bandiera) riconosce la propria identità culturale, storica, artistica e umana. Ma l’immagine della «nostra» bandiera – le teste recise dei Quattro Mori – non è assolutamente rappresentativa di nessuno di questi aspetti che fanno la dignità dell’uomo e del suo orgoglio patriottico.” Così iniziava la lettera aperta con cui, nel 2004, lo scultore sardo Pinuccio Sciola, morto nel 2016, parlava della bandiera Sarda con i quattro mori.

Proseguiva l’artista: “si tratta di una creazione di Re Pietro I d’Aragona, quale celebrazione della battaglia di Alcoraz, combattuta nel 1096 e conclusasi con la vittoria contro i mori: croce rossa in campo bianco e le quattro teste recise dei re arabi sconfitti, rimaste sul terreno di battaglia. Ciò niente ha a che vedere con la cultura e la storia della Sardegna. E le motivazioni ufficiali di ciò che significhi e rappresenti la bandiera della nostra isola sono una dimostrazione di quanto questo simbolo sia offensivo per la cultura dei «mori» e, soprattutto, per la nostra dignità di popolo civile e democratico, che deve palesarsi nel rispetto della cultura e della dignità degli altri popoli.” Sciola cercò un’alternativa, che realizzò nel suo paese natale: “A San Sperate c’è una grande parete, in alto, al centro del paese. È il retro di un palazzo, diviso in quattro quadrati da una croce a bracci uguali. Lassù abbiamo dipinto un’immagine di bandiera, nella tradizione dei murales: al posto delle teste recise dei Quattro Mori abbiamo disegnato quattro bronzetti nuragici, quanto di più autentico e originale esista nella nostra cultura.

Non è detto che debba essere questo il prossimo stemma della Sardegna, ma è un esempio di presa di coscienza, della manifestazione di un’esigenza civile di un rinnovamento della nostra immagine nel mondo.

La proposta, che come la petizione nata di recente sulla bandiera corsa, voleva togliere dalla bandiera ciò che si ritiene un simbolo di barbarie, non ebbe molto seguito, anche se Pinuccio Sciola non rinunciò, inviando la stessa proposta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 2015, in occasione della sua elezione.

Il dibattito si riaccese, con opinioni alterne. I vertici della Regione, per esempio Gianfranco Ganau, si schierarono contro la modifica della bandiera. Il segretario regionale del Partito dei Sardi, Franciscu Sedda, che ha inviato una lettera a Ganau, proponendo come nuovo simbolo «l’Albero verde in campo bianco che i sardi sventolavano a Sanluri».

In ogni caso una differenza tra la petizione di Samira e questa prooposta c’è. In quest’ultimo caso c’è chi, senza essere Corso, propone di vietare l’uso di questo simbolo nell’ambito pubblico, mentre nel primo caso fu un Sardo, colto e informato sulla storia dell’isola, a proporre delle alternative, con basi storiche, suscitando un piccolo dibattito e raccogliendo alcuni successi.

I cinque mori, quattro sardi e uno corso, però, sono ancora lì e probabilmente ci resteranno a lungo. Sta forse a noi capire che ai simboli si possono dare nuovi significati, che si possono storicizzare, mantenendone quel senso di identità che oggi rappresentano.