Nel gennaio 1765 apre per la prima volta l’Università di Corte

L’apertura di un’università in Corsica è un’antica rivendicazione. I Corsi rimproveravano ai Genovesi di mantenerli nell’ignoranza per la mancanza di studi superiori. C’eranu dui cullegi di Ghjesuiti in Aiacciu è Bastia, ma nunda dopu. Mentre in Sardegna c’erano due università i giovani còrsi che volevano proseguire la propria istruzione dovevano partire per Pisa, Roma o Napoli.

Così l’università è nelle rivendicazioni che portano alla rivoluzione: prima nel 1731, ripresa nel 1736 da Teodoro di Neuhoff, da Giovanni Pietro Gaffori nel 1749 e nel 1756,e ancora in una consulta del 1763.

 

Sarà infine Pasquale Paoli a realizzarla. Gli statuti sono pubblicati nel 1764. Il governo della Repubblica Corsa di Paoli vuole dare alla gioventù locale uno strumento di istruzione superiore senza dover lasciare l’isola.

E’ padre Francesco Antonio Mariani di Corbara (detto “U Rossu” per il colore dei suoi capelli) che viene affidata la responsabilità dell’università. Già rettore dell’università di Alcala, in Spagna, ha accettato la proposta di Paoli di trasferirsi a Corte.

 

L’inaugurazione avviene il 3 gennaio 1765 con una messa a San Marcello in presenza di Pasquale Paoli.

I corsi iniziano il 7 di gennaio, con sei indirizzi di studi : teologia dogmatica, teologia morale, diritto civile e canonico, etica naturale e filosofia (con la matematica), retorica (lettere), più tardi verrà aperta fisica. Le lezioni venivano svolte in lingua italiana, lingua scritta e colta dell’isola anche durante la Repubblica paolina.

Gli insegnanti erano uomini del clero, come si usava all’epoca. A parte il rettore Mariani, c’era Bonfiglio Guelfucci, di Belgodere per teologia dogmatica, Angelo Stefani di Venaco e padre Morazzani di Rogliano per teologia morale.

Filosofia e matematica erano insegnate da Leunardo Grimaldi (di Campoloro).Giovanbattista Ferdinandi (di Brando) e Antonio Vincenti (di Santa Lucia) erano incaricati di insegnare retorica.

L’insignamento è gratuito per gli studenti, poiché è pagato con i soldi della Chiesa e le rendite di un grande terreno agricolo ad Antisanti. Anche i più poveri possono studiare.

 

La prima sede dell’università fu Casa Rossi, un casale oggi andato perso, nel quartiere delle Calanche (da Jean Suberbielle, Histoire de Corte et des Cortenais ).Dopo la battaglia di Borgo del 1768 sarà trasformata in ospedale militare per i soldati francesi.

In "Histoire de Corte et des Cortenais" di Jean Suberbielle

Gli studenti saranno stati 300 nell’ultimo anno accademico, il 1767-1768, ma non ci sono arrivati documenti precisi dell’epoca, purtroppo. L’annu dopo i corsi si interrompono per la guerra contro i Francesi.

 

L’università rimase aperta solo 3 anni, troppo poco per poterne dare un giudizio. Fu riaperta dai francesi solo due secoli dopo, nel 1981, con la lingua d’insegnamento chiaramente cambiata dall’italiano al francese. Certo è che la ricerca della libertà che passò anche da quella dell’istruzione influenzò molto i Corsi, e permise loro di “resistere” a lungo contro l’assimilazione culturale della lingua francese, che in Corsica non riuscì a imporsi come “lingua della libertà e della cultura” fino a tutto l’800, come descriveva un ispettore dell’Educazione nazionale dell’epoca.
La domanda che viene alla mente però è: come sarebbe stata la Corsica se l’università non avesse mai chiuso?
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Fonte: A Piazzetta
21 comments on “Nel gennaio 1765 apre per la prima volta l’Università di Corte
  1. Probabilmente le risposte a quest’ultimo interrogativo le potranno dare i giovani studenti universitari di Corte,che,come annunciato il 3 ottobre scorso,dovrebbero scrivere su Corsica Oggi.Penso che se fosse rimasto questo baluardo della cultura forse i legami con la propria storia non si sarebbero cancellati del tutto,intendo in termini linguistici, di appartenenza,di memoria storica a vari livelli.Certo non si può ipotizzare granchè,ma guardando alle varie esperienze europee di cattedre inlingua differenti dal paese di residenza,in rispetto della storia di un popolo,vien da pensare se è più adeguata questa linea o invece affermare che l’identità di una nazione è che assolutamente vi sia una sola lingua e basta.Penso che sia un limite se non debolezza culturale.La varietà è ricchezza il contrario della sterilità che porta a scarsa libertà.

  2. È curioso notare come i corsi che volevano proseguire i propri studi si recavano a Roma, Pisa o Napoli e non anche nel nord Sardegna dove già dal 1617 era in funzione l’università di Sassari.
    Ma in fondo era naturale che fosse così, il riferimento culturale per i corsi allora era l’Italia, mentre le università sarde erano culturalmente legate alla Spagna.
    Da sardo trovo però profondamente strano come la storia abbia diviso due isole così vicine.
    Eppure, nonostante ciò, la situazione della Sardegna e della Corsica appare oggi clamorosamente simile: due isole capitate nell’orbita rispettivamente dell’Italia e della Francia in seguito ad un baratto storico (il trattato di Londra del 1718 e il Trattato di Versailles del 1768) a cui, a poco a poco, furono imposte lingua e istituzioni del nuovo dominatore.
    Nei quattro secoli della Sardegna aragonese-spagnola la lingua sarda affiancava la lingua castigliana e la lingua catalana anche in ambiti ufficiali (delibere della amministrazioni comunali, atti notali, registrazioni di battesimi, matrimoni e morti, testamenti…). Nel 1760 però i Savoia imposero l’italiano come unica lingua ufficiale in Sardegna (che è più o meno quello che fece Napoleone III con l’imposizione del francese come unica lingua ufficiale in Corsica).
    Oggi ci dicono che i sardi debbono essere orgogliosi di essere italiani e che i corsi debbono essere orgogliosi di essere francesi.
    E perché mai, vista la loro storia, non dovrebbero invece essere orgogliosi di essere spagnoli i primi e italiani i secondi? O forse la realtà è che i sardi sono sardi e che i corsi sono corsi, senza ulteriori etichette.
    Io credo che, a prescindere dal fatto che siano indipendentisti o meno, che si sentano o meno italiani o francesi, essi hanno una forte identità che si evidenzia nel sentirsi popolo e nazione e non una mera regione dell’Italia e della Francia.
    Scusate se mi sono allontanato un po’ dal tema dell’articolo, ci tenevo però a esprimere la mia soddisfazione per aver scoperto questo sito e a congratularmi con i suoi responsabili per l’opportunità che state dando a chi, pur essendo geograficamente così vicino, conosce poco la realtà corsa.

    • Ti ringraziamo per le congratulazioni, ci fanno molto piacere 🙂 Al di là dei discorsi politici, territoriali e amministrativi, siamo chiaramente a favore delle ricchezze e delle particolarità culturali di ciascuna terra e di ciascun popolo. A ringrazziavvi !

    • La posizione della Corsica rispetto all’Italia si differenzia notevolmente da quella della Sardegna .Il popolamento importante della Corsica con gente italica ebbe inizio in modo massiccio all’incirca nell’ anno 1000 ed è continuato nei secoli. I padroni perlopiu’ pisani o centro-nord inviavano nell’isola i loro familiari e rappresentanti amministrativi,necessariamentete acculturati e in grado di sapere lleggere e scrivere.Non cosi erano coloro che avevano mansioni di pastori o contadini che tuttavia pur continuando a parlare il dialetto dei loro luoghi di origine ascoltavano le prediche fatte dal prete in lingua italica.In sostanza la formazione della lingua corsa è di matrice completamente peninsulare a differenza di cio’ che è avvenuto in Sardegna.

      • Dall’unità d’Italia ricordo che son passati alcuni “decenni” e che da allora gli scambi con il resto del paese in termini sociali e culturali sono irreversibili.

        Tutte le regioni (allora stati) hanno perso parte della loro sovranità e delle loro peculiarità ma ne hanno acquisite altre.

        Lombardi e napoletani erano alquanto diversi (e ancora lo sono) e parlavano lingue differenti, per non dire di Veneti e Calabresi.

        Ma in questi “decenni” d’unione ogni regione ha dato e preso (culturalmente) ed oggi la nostra quotidianità è impregnata di tradizioni e cultura Italiana che ci appartiene ed è nostra, completamente.

        Ciò non di meno siamo Sardi, magari un po diversi da quelli di 200 o 2000 anni fa, ma pur sempre Sardi.

        piaccia o no siamo Italiani (come diceva Gaber) e mi creda, se gira un po il mondo, non è poi tanto male.

  3. Per compqz1234: e cosa avrebbero dovuto farei Savoia? in Sardegna non esisteva alcuna lingua comune (a Sassari si parlava corso, parente stretto dell’italiano), nel Piemonte l’occitano ed in Liguria il genovese.

    Dopo attenta analisi la scelta logica per una lingua comune era l’Italiano (e menomale) almeno oggi siamo in contatto con oltre 60 milioni di nostri connazionali (e con gli amici corsi e ticinesi) e a differenza della corsica, il sardo nelle sue varianti è ancora parlato e diffuso, non mi pare vi sia granchè da recriminare…

    • L’italiano lingua comune nella Sardegna del 1760? Ma vogliamo scherzare?
      L’italiano al tempo era meno conosciuto del catalano e del castigliano, negli ambienti culturalmente elevati era ancora diffuso (come del resto in qualsiasi parte d’Europa) l’utilizzo della lingua latina.
      Applicando il tuo ragionamento, l’utilizzo del castigliano ci avrebbe portato ad essere in contatto con tutta la comunità ispanofona, ben più numerosa di quella italofona.

      Si è trattato, semmai, di una scelta politica, volta a sradicare ogni legame della Sardegna con le istituzioni iberiche.

      Ad ogni modo, quello che mi stupisce è questa insistenza a ragionare in ottica monolingue, quando nel passato non fu così.
      Per farla breve, il problema non è stato tanto l’introduzione dell’italiano ma semmai l’estromissione del sardo da campi che non siano quelli della comunicazione domestica o comunque informale.
      La lingua catalana e quella castigliana hanno sempre convissuto con la lingua sarda, nelle istituzioni come nell’insegnamento (sebbene al tempi l’istruzione fosse un privilegio per pochi). La logica monolingue è un’invenzione successiva dettata esclusivamente da ragioni politico-ideologiche.
      Che poi la lingua sarda si trovi oggi in una situazione migliore della lingua corsa, non significa certo che essa non sia a rischio di estinzione.

  4. Preciso che a mio parere la situazione Corsa sia ben diversa da quella Sarda, la Corsica, storicamente, con la Francia c’entra poco o niente, altro è la sardegna che con la penisola ha sempre avuto forti legami (diciamo dagli etruschi in poi?) e costanti scambi e movimenti di genti, Piuttosto la Corsica sta alla Francia come la Sardegna è stata per quasi 400 anni alla Spagna (retrograda e feudataria), è solo grazie all’arrivo dei piemontesi che siamo entrati nella modernità (piaccia o no la storia è questa)

    • Sai qual è il tuo problema?
      Che tendi a giustificare l’esistente senza comprendere che le vere motivazioni di un fatto storico non coincidono quasi mai con le giustificazioni di facciata.
      La Spagna retrograda da contrapporre alla civile Italia è pura propaganda che poteva essere giustificata nel contesto politico-culturale del “risorgimento” italiano ma che nel 2016 appare semplicemente ridicola.
      Quanto ai forti legami della Sardegna con la penisola, li hanno avuti tutta l’Europa, non solo la Sardegna. Hai presente quanto era esteso l’Impero Romano o cosa fecero le repubbliche marinare italiane? Eppure a nessuno verrebbe in mente di considerare Germania e Turchia parti della nazione italiana per il solo fatto che gli antichi romani o le repubbliche marinare italiane si spinsero sin lì.
      E allora, visto che secondo te i sardi sarebbero da tempo parte integrante della nazione italiana, mi permetto di farti presente il dibattito sviluppatosi nel 1858, quando trapelò la notizia che il governo Cavour stava trattando per la cessione della Sardegna alla Francia.
      Il giornalista e deputato governativo Aurelio Bianchi Giovannini pubblicò un famoso articolo in cui si dichiarava favorevole alla cessione in quanto “la Sardegna è sempre stata un’appendice MOLTO INCERTA d’Italia”.
      Non se ne fece nulla, ma se la cosa fosse andata in porto tu oggi avresti detto, seguendo la medesima logica, di essere orgogliosamente francese e che la Sardegna è stata, da sempre, profondamente legata alla Francia.

      Ad ogni modo, se Aurelio Bianchi Giovannini poté esprimersi in quel modo è solo perché evidentemente la Sardegna non era quella terra da sempre italianissima che la successiva retorica risorgimentale e post-risorgimentale (a cui tu dimostri di credere nel 2016) avrebbe preteso che fosse.

      Veniamo a Giulio Bechi, il tenente toscano mandato in Sardegna a fine ottocento per combattere il banditismo.
      Su questa esperienza in terra sarda il tenente Bechi scrisse il libro “Caccia grossa”, nella cui prefazione si può leggere:

      “Strano paese! E c’è chi va nella Cina, nel Congo, nelle
      Pampas, sfidando stenti e pericoli, per veder nuove genti e
      nuove cose, e non si sogna neppure che a poche ore da noi,
      in questo nostro Tirreno, vi è un mondo tanto diverso da
      quello in cui viviamo, sì che a ogni passo si stupisce, si esclama:
      – Ma è Italia? È Europa questa?”

      Strano porsi certe domande nel 1899 riguardo a una terra che la retorica patriottarda italiana presentava come “italiana da secoli”.

        • Se è per questo i corsi hanno dato ai francesi l’imperatore Napoleone Bonaparte ma, nonostante ciò, culturalmente continuano ad avere poco a che fare con la Francia
          Similmente i sardi NON sono italiani, ma sono cittadini della repubblica italiana.
          Stato e nazione sono concetti diversi.
          Antonio Segni e Francesco Cossiga hanno ricoperto la carica di presidente della repubblica in quanto CITTADINI della repubblica italiana, NON certo in quanto membri della nazione italiana.
          Detto ciò, io non trovo nulla di strano nel fatto che popoli diversi possano liberamente scegliere di far parte dello stesso stato. Quello che bisogna superare è l’idea giacobina secondo cui la nazione coincide con lo stato e che quindi una minoranza linguistica e/o culturale debba accettare l’assimilazione, rinunciare alla propria identità e all’uso della propria lingua nelle istituzioni, nella scuola e negli atti pubblici.

          • i sardi SONO Italiani, poi ognuno ha la sua patria nel cuore, la mia è l’Italia intera, la tua solo un pezzetto.

          • Più o meno come molti corsi si sentono orgogliosamente francesi.
            Possono anche avere la Francia del cuore, ma non sono francesi e non lo saranno mai.
            Idem per i sardi con l’Italia.

          • Con una piccola differenza storica: la Corsica non sta a Parigi come la Sardegna sta a Roma (Capitale storico-linguistico-culturale della nostra bella isola)
            Ti ricordo che la zona chiamata “Italia” si estese progressivamente, fino a raggiungere l’estensione attuale già attorno al 300 d.C, con le Alpi, il fiume Varo (Var, a ovest di Nizza) e il golfo del Quarnero ad est, a delimitarne i confini. Anche Corsica, Sardegna e Sicilia ne fanno parte.
            Il mondo italoromanzo nell’epoca in cui Dante Alighieri scrive il De volgari eloquentia (1303) si caratterizza per un’estrema frammentazione linguistica, essendo diviso in aree notevolmente diversificate, le quali sono, a loro volta, articolate in sub-aree, fino ad arrivare alla differenza/opposizione tra comune e comune, villaggio e villaggio, posti anche ad esigua distanza gli uni dagli altri.
            http://corsicaoggi.altervista.org/sito/litaliano-prima-dellitalia/?doing_wp_cron=1458573140.2073841094970703125000

          • Segni e Cossiga erano di nazionalità sarda.
            Se preferisce possiamo anche dire che erano italiani allo stesso modo di come i curdi sono turchi o i corsi sono francesi.

  5. Mi pare indiscutibile che l’etnia la cultura e la lingua corsa facciano di quell’isola una regione molto più italica di molte regioni oggi italiane. Per questo motivo i corsi che amano e vogliono conservare e far rivivere il loro idioma non possono distaccarsi dalla lingua di Dante .Il patrimonio architettonico documento importante della loro storia in gran parte è abbandonato o mal curato. A questa mia osservazione un amico corso mi ha risposto che il restauro dei monumenti è a carico dello stato francese. Temo che se questo è un concetto generale si vada poco lontano nella soluzione del problema

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