Il 9 settembre… viene dopo l’8

Il 9 settembre 1943 “ha luogo l’insurrezione generale” preparata per mesi “dai resistenti raggruppati nel Fronte Nazionale”. Così recita una targa affissa nel porto di Bastia.

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Poco più in là, la torretta del sottomarino Casabianca ci racconta anch’essa di una pagina triste della storia di Corsica e d’Europa. L’occupazione dell’isola da parte delle truppe italiane – e poi tedesche – durante la seconda guerra mondiale.

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Questa triste e sanguinosa vicenda, s’intreccia però con pagine importanti della storia d’Italia, che molti Corsi – comprensibilmente – non conoscono, dato che non fanno parte della storia nazionale francese e non vengono insegnate nella scuole.

La prima cosa che balza all’occhio è proprio la data del 9 settembre. Che è il giorno dopo l’8 settembre 1943. La data in cui l’Italia si arrese e firmò l’armistizio per uscire dalla guerra.

L’insurrezione generale, dunque, ebbe luogo sostanzialmente senza alcuna reazione da parte dei militari italiani, dato che il loro Paese aveva ufficialmente deposto le armi il giorno prima. E per fortuna. Dato che le truppe italiane presenti in Corsica contavano 80.000 uomini, a fronte di una popolazione isolana di circa 200.000. Una reazione armata degli italiani sarebbe sfociata in un massacro.

L’occupazione, che finirà ufficialmente il 4 ottobre 1943, era iniziata nel novembre 1942.

Decisa dai tedeschi come reazione alle mosse degli alleati, viene lasciata all’alleato italiano. L’Italia, da 20 anni governata dal regime totalitario fascista guidato da Benito Mussolini, aveva incluso la Corsica, così come altri territori del Mediterraneo, nelle sue mire annessionistiche.

Nel corso degli anni ’30 i fascisti avevano finanziato e appoggiato un filone irredentista presente in Corsica e favorevole all’annessione da parte dell’Italia, che però restò sempre minoritario nell’isola.  Le rivendicazioni fasciste aumentano anzi il sentimento pro-francese. Il 30 dicembre 1938 il ministro degli esteri italiano Galeazzo Ciano, dopo un colloquio col giornalista e scrittore Paolo Monelli, scrive sul suo diario:

Monelli reduce dalla Corsica mi conferma ciò che sapevo: e cioè che un irredentismo corso non esiste e che tutto il Partito di Petru Rocca non conta più di dieci persone.

 

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Sbarco degli italiani

Nel 1942, i primi mesi di occupazione si svolgono senza particolari tensioni con la popolazione. Il potere viene lasciato alle autorità civili francesi del governo collaborazionista di Vichy, mentre da parte italiana ci si limita alle attività di propaganda di vario tipo per suscitare un sentimento filo-italiano: vengono organizzate distribuzioni di farina e i medici militari si rendono disponibili ad assistere la popolazione. Molti militari italiani di stanza nell’isola sono Toscani e hanno spesso parenti che hanno lavorato in Corsica come braccianti. Le autorità spiegano che l’occupazione è atta a prevenire un possibile attacco da parte degli alleati.

resistenticorsiLa resistenza agli occupanti però esiste, e va sempre più organizzandosi. Si tratta soprattutto di militanti del Partito Comunista, che fin dal 1940 si oppongono al governo collaborazionista di Vichy. Le azioni contro gli occupanti italiani sono di scarso rilievo, per il timore delle rappresaglie contro la popolazione civile e per la preponderanza numerica delle forze di occupazione italiane. Nel dicembre 1942 il generale Giraud dà inizio alla missione “Pearl Harbor”, che ha lo scopo di costituire una rete di resistenti ai quali vengono forniti armi e apparecchi radio. Il generale De Gaulle nel gennaio 1943 invia a sua volta in Corsica il capitano Fred Scamaroni, con il compito di prendere informazioni sui partigiani corsi e tentare di unificare le diverse componenti della Resistenza, in vista di un possibile appoggio a un eventuale futuro sbarco alleato nell’isola; Scamaroni viene catturato dall’OVRA nel marzo 1943 e si suicida in carcere per non parlare. La rete delle FFL (Forces Françaises Libres) da lui costituita viene decimata.

Man mano che la resistenza si organizza, la repressione degli occupanti italiani si fa più dura. L’OVRA, la polizia politica fascista e le Camicie Nere arrestano, deportano e fucilano molti resistenti corsi, soprattutto nel periodo giugno-luglio 1943; C’è chi fornisce il dato di 172 partigiani uccisi o fucilati e 474 deportati in Italia, chi parla di 860 deportati.

Intanto la guerra per l’Italia e la Germania va male, e la situazione politica e militare del regime fascista sta precipitando. Il 10 luglio, gli Alleati sbarcano in Sicilia e il 25 luglio Mussolini viene destituito. I Tedeschi, che iniziano a diffidare dell’alleato italiano, portano in Corsica a fine luglio la brigata d’assalto “SS Reichsfhürer” per affiancare le truppe d’occupazione italiane. In Corsica i vertici militari italiani emanano ordinanze che moltiplicano i divieti, nel tentativo di limitare le attività della Resistenza, ma nello stesso tempo tra i soldati e tra gli ufficiali l’incertezza e il disorientamento si fanno sempre più forti. Un colonnello delle Camicie Nere, Gianni Cagnoni, prende contatti con la Resistenza, dichiarando la propria disponibilità ad appoggiare “i patrioti”.

L’atmosfera degli ultimi giorni prima dell’8 settembre – data in cui l’Italia si arrese e firmò l’armistizio – è segnata dall’esecuzione di Jean Nicoli, uno dei fondatori del Fronte Nazionale in Corsica; catturato a fine giugno ad Ajaccio, viene processato a Bastia a fine agosto, insieme ad altri esponenti della Resistenza, dal Tribunale militare di guerra delle forze armate italiane in Corsica. Nicoli viene condannato a morte con altri due partigiani e la sentenza viene eseguita il 30 agosto in modo particolarmente efferato, a pochi giorni dalla capitolazione dell’Italia.

Prima pagina d'epoca del giornale Corriere della Sera
Prima pagina d’epoca del giornale Corriere della Sera (clicca per versione leggibile)

 

Dai documenti di quei giorni sappiamo che la sera dell’8 settembre il generale Magli, comandante delle forze italiane in Corsica, e il generale tedesco von Senger cenarono insieme alla mensa del comando, a Corte. Magli lo informò proclama del maresciallo Badoglio, capo provvisorio del governo italiano, in seguito all’armistizio. Senger dichiarò che avrebbe lasciato l’isola ed ebbe assicurazione da Magli che la ritirata non sarebbe stata disturbata dalle truppe italiane. Nella stessa serata, intorno alle 22, il generale Magli diramò alle truppe ed ai comandi altri ordini per una corretta applicazione della parte del messaggio di Badoglio in cui si imponeva alle truppe italiane di “reagire a qualsiasi attacco da qualunque parte esso venisse”.
Ma non era alla fuga che erano preparati i tedeschi. Alle 0.30 del 9 settembre le truppe tedesche tentarono un “colpo di mano” nel porto di Bastia. Ad un segnale convenuto, mentre vari gruppi bloccavano gli accessi al porto, attaccandone il personale di vigilanza, marinai giunti con mezzi da sbarco, appoggiati dal fuoco delle armi su di essi installate, assalirono diverse navi da guerra italiane, incendiandole o sequestrandone l’equipaggio.
Le perdite italiane furono sicuramente superiori sia in ragione della sorpresa per la reazione tedesca sia per la reazione, in molti casi tenace, comunque tentata da parte italiana.

I tedeschi dunque non lasciano l’isola. Così come non lasciano il Nord Italia, dove liberano Mussolini e creano la “Repubblica Sociale Italiana”, che combatterà contro gli Alleati fino alla sconfitta finale, nel 1945. Il 24 aprile è tutt’oggi festa naziona in Italia, ed è chiamato “Festa della Liberazione” dal nazi-fascismo.

In Corsica tra settembre e ottobre ’43 arrivano truppe francesi e nordafricane appoggiate dagli Alleati, ma la liberazione dell’isola non avrebbe potuto svolgersi in modo così rapido – meno di un mese – se i militari italiani avessero aiutato i tedeschi, o fossero rimasti totalmente neutrali.

La verità, come racconta il resistente còrso Etienne – Leo – Micheli in questa bella intervista radiofonica in lingua corsa, che molti italiani si unirono alla Resistenza. E si unirono per “un’idea di libertà”, così come i Corsi combatterono sotto la bandiera della “Francia dell’89”, quella degli ideali della rivoluzione francese, e non contro l’Italia che amavano “quella di Dante, di Leopardi, di Gramsci” ma contro il regime fascista.
L’esercito fu fedele ai proclami di Badoglio e rispose ai tedeschi, appoggiando in alcuni casi direttamente l’azione delle truppe di liberazione francese. L’artiglieria italiana fu decisiva per vincere la battaglia del passo di Teghime del 2-3 ottobre 1944 contro i tedeschi. Le steli che si ergono a Teghime, però, sono scritte in francese, arabo e berbero, e ricordano le sole truppe francesi e nordafricane. Non si fa cenno al contributo dei militari italiani. Il pannello che descrive la battaglia parla anzi di un “esercito italiano in rotta” che, almeno in Corsica, in rotta non era.

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L’occupazione della Corsica da parte italiana è una ferita che ha sanguinato per 70 anni e che fatica a rimarginarsi. E ha contribuito in questi decenni ad allargare la distanza tra isola e penisola. Non si può e non si deve negare la violenza dell’occupazione, l’assassinio o la deportazione di molti Corsi che lottavano per liberare la loro terra. Ed è difficile credere a un conquistatore che nel giro di poche settimane passa dalla parte dei liberatori. Eppure, in qualche misura, è stato così. Si deve avere il coraggio di superare la retorica e rendere giustizia alla Storia e ai morti di quei giorni sanguinosi.

 

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Fonti e immagini d’epoca: Associu Ràdiche, Storia900bivcANACR, 39-45.org – Foto 2016: Andrea Meloni

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