Verso un’Europa sempre più frammentata?

L’Europa non sta di certo passando un buon momento tra crisi economica, flussi migratori sempre più crescenti e i recenti attacchi terroristici che hanno colpito Francia, Regno Unito e Germania. Aggiungiamoci anche le sempre più crescenti ondate populiste che mirano all’uscita dall’Unione Europea e dall’Euro, processo possibile ma non facile, anche se in Olanda e Francia hanno subìto una battuta d’arresto. Ora, però, gli stati europei devono fare i conti anche con la questione di autonomie o indipendenze rivendicate da alcune popolazioni. Un problema che affonda le sue radici da molti secoli e ci mostra un’Europa che sembra apparire più divisa che unita. I recenti referendum per l’indipendenza di Scozia e Catalogna sembrerebbero inaugurare una nuova “Primavera dei popoli”, già avvenuta due fa. La questione delle minoranze in Europa è un tema emerso nel secondo dopoguerra, precisamente nel 1966 con il Patto sui diritti civili e politici che prendeva in considerazione le minoranze nella loro specificità, un problema per alcuni stati che ancora non erano compatti dal punto di vista etnico. Con il crollo del Muro di Berlino abbiamo assistito alla disgregazione di paesi come URSS, Jugoslavia e Cecoslovacchia, stavolta tale fenomeno si potrebbe riguarderebbe buona parte dell’Europa Occidentale. Storicamente l’Europa è sempre stata divisa tra popoli e nazioni, tranne per i quasi mille anni del dominio dell’Impero Romano, ciò ha permesso la nascita di identità, lingue ed etnie diverse tra loro. Sul numero di Limes, la rivista Geopolitica Italiana, di Ottobre del 2014 è apparsa una carta geografica che mostrerebbe il possibile mosaico di nuove nazioni se questa “primavera dei popoli” dovesse prendere il sopravvento, movimenti indipendentisti riacquistano forza dopo averla perduta in questi ultimi 30 anni. Nell’Unione Europea solo la Grecia, la Bulgaria, il Lussemburgo e la Slovenia conserverebbero gli attuali confini politici, in aggiunta ai microstati non membri UE come Andorra o San Marino, mentre altrove gli stati ne uscirebbero profondamente cambiati o compromessi. Analizziamo bene la situazione.

Il Regno Unito ha scongiurato la secessione della Scozia, dove il NO ha vinto con oltre il 55% battendo di poco gli indipendentisti. Sembra, però, che la Brexit avrebbe fatto pentire gli Scozzesi di tale decisione e fomentato i separatisti dell’Irlanda del Nord e il Galles.  Proprio l’Irlanda del Nord è stata una spina nel fianco per la famiglia reale riguardo l’IRA e l’Ulster negli anni ’60. Divisa tra cattolici e protestanti, fu terreno di scontro tra i nazionalisti dell’IRA, organizzazione paramilitare che si batte per la riunificazione dell’Irlanda, e le forze dell’ordine inglesi. I più anziani si ricorderanno della dura reazione di Londra e di episodi spiacevoli e sanguinosi come il Bloody Sunday. O il caso di Bobby Sands, attivista Irlandese incarcerato per la sua affiliazione all’Ira, iniziò uno sciopero della fame che lo portò alla morte, facendolo diventare martire della causa nordirlandese. La pace e la cessazione degli scontri tra Inglesi e Nordirlandesi sarà raggiunta solo negli anni ’90, grazie alla devolution e al Good Friday Agreement, accordi che prevedono la costituzione di un’assemblea Nordirlandese, un Consiglio ministeriale e un Consiglio Anglo-Irlandese. Da allora l’Irlanda del Nord ha vissuto un periodo di pace. Ma sembra che grazie all’effetto Brexit e la decisione della vicina Scozia di riproporre il referendum per l’indipendenza possano risvegliare nei Nordirlandesi il desiderio di staccarsi dalla famiglia reale e riunirsi finalmente all’Irlanda. Anche la Cornovaglia potrebbe rivendicare tale decisione, in quanto una parte della sua popolazione la vede come una nazione a tutti gli effetti e non parte dell’Inghilterra, tanto che è stata lanciata una petizione che ha raccolto più di 50000 firme per creare un’assemblea per la Cornovaglia e renderla più autonoma alla pari della Scozia, anche se non è da escludere una possibile spinta all’indipendenza per potersi così allontanare da Londra e tornare da Bruxelles.

Capitolo Spagna. Il paese iberico rischia di uscirne profondamente modificato e compromesso, più di tutti. Già hanno problemi con i Paesi Baschi, che da sempre vogliono staccarsi da Madrid e diventare una realtà indipendente, ora tocca risolvere il problema della Catalogna. Il recente referendum ha visto i separatisti prevalere con oltre il 92% dei consensi per l’indipendenza di Barcellona. Il giorno del voto, però, è stato segnato per un “braccio di ferro” col governo centrale che ha mobilitato le forze di polizia per impedire un voto considerato illegale, sono stati addirittura registrati episodi di violenza da parte della polizia spagnola verso gli elettori. Un triste episodio nella storia d’Europa occidentale degli ultimi 50 anni, se consideriamo che altrove i referendum sono stati fatti senza l’intervento delle forze dell’ordine, come ad esempio in Scozia. Il tutto si è risolto con l’esilio volontario di Carlos Puidgemont a Bruxelles e il commissariamento del governo locale da parte di Madrid. Le ragioni della rivolta catalana risalgono al 2010, quando la Corte costituzionale spagnola cancellò le conquiste sancite dal documento del 2006 durante il governo di Zapatero, le quali prevedevano maggiore autonomia per la Catalogna. È da ricordare che contribuisce ad un quinto dell’economia del Paese, nel 2015 il Pil catalano ammontava a 204 miliardi di euro, il 19% del Pil spagnolo. La regione ha proprie tradizioni e lingua locale, e la spinta indipendentista viene considerata una delle cause della Guerra civile spagnola degli Anni ’30. Ma anche Andalusia, Galizia e Aragona potrebbero seguire l’esempio di Barcellona per provare a staccarsi dalla Spagna, in quanto la Galizia stessa si riconosce parte del Portogallo.

Da non dimenticare il caso dei Paesi Baschi, la cui lotta per l’indipendenza ha seguito un corso quasi parallelo a quello dell’Irlanda del Nord. Come i Nordirlandesi, anche i Baschi sono stati coinvolti in scontri contro la Spagna e la Francia, tanto che le cause dell’IRA e dell’ETA (ex organizzazione armata terroristica basco-nazionalista separatista d’ispirazione marxista-leninista) sono state spesso paragonate. Solo grazie al primo Governo Zapatero c’è stata la ripresa del dialogo tra Madrid e i Baschi e la situazione è migliorata.

 

Anche l’Italia non è immune da questi problemi. Oltre alla fantomatica Padania rivendicata in passato da Bossi e la Lega Nord, l’Italia deve fare i conti con la Sardegna, il Veneto e il Sudtirol. Il 22 ottobre 2017 si è tenuto il referendum consultivo del 2017 in Veneto, i cui obiettivi mirano a una maggiore autonomia della regione italiana. A differenza dell’episodio spagnolo con la Catalogna, il governo italiano non ha dispiegato le forze di polizia e ha lasciato che il referendum si facesse, nonostante l’opinione di alcuni esponenti politici ed opinionisti  che considerano il referendum inutile, dal momento che da un punto di vista meramente formale l’Art. 116 della Costituzione non richiede espressamente l’indizione di una consultazione del corpo elettorale per poter avanzare al Parlamento la proposta di maggiore autonomia regionale. I promotori del referendum hanno evidenziato che “La Regione promuove la partecipazione ai processi di determinazione delle proprie scelte legislative e amministrative da parte dei cittadini” e per loro era più importante l’affluenza dell’esito dello scrutinio.

 

L’indipendentismo Sardo, anche noto col nome di Sardismo, (in Sardo: Sardismu), ha storicamente caratterizzato l’isola con periodiche ondate di protesta contro Roma e il potere centrale, fungendo la narrazione sardista da contraltare al fascismo e nazionalismo italiano. Dopo il recente referendum catalano, Mauro Pili, deputato di Unidos, ha annunciato di aver depositato una proposta di legge costituzionale per l’indipendenza della Sardegna. Egli afferma che “Questa terra è trattata come la peggior colonia di Stato, il Popolo Sardo subisce discriminazioni infinite, dai trasporti all’energia, è vittima di un fisco diseguale che colpisce in modo letale l’economia e il lavoro. Una terra violentata a colpi di missili e bombe, da discariche tossiche a industrie inquinanti. I tratti identitari del Popolo Sardo sono delineati in modo chiaro e definito dalla storia e dall’etnia, dalla cultura e dalla lingua. Ora, dinanzi ad uno Stato che niente ha fatto per riequilibrare divari e discriminazioni, non resta che sottoporre ai sardi la resa dei conti con il quesito restare o meno sotto questo regime italiano”. “Servono passi ufficiali, occorre passare dalla solidarietà generica ad azioni e percorsi ben delineati a tutela del Popolo Sardo – continua Pili – Il passaggio democratico della proposta di legge costituzionale per il Referendum per l’autodeterminazione del Popolo Sardo è indispensabile sia sul piano legislativo che giudiziario”. Difficilmente, però, la proposta di Pili sarà ascoltata dal Parlamento. Anche il Sudtirol, noto a tutti col nome Alto Adige, vuole staccarsi dall’Italia ma a differenza di Catalogna, Scozia e Sardegna non vuole essere uno stato indipendente ma tornare a essere parte dell’Austria. La regione è stata assegnata all’Italia come compenso territoriale alla fine della Prima Guerra Mondiale, strappandola allo sconfitto Impero Austro-Ungarico, che da lì a poco avrebbe smesso di esistere. La popolazione di questa regione è di etnia tedesca e non si è mai sentita parte dello stato italiano. Il Forum dei 100 ha proposto l’indizione di un referendum per staccarsi dall’Italia, con quesiti che prevedono l’annessione ad altri Stati, primo fra tutti l’Austria, o in alternativa la nascita di un nuovo Stato sovrano e indipendente, anche se questa seconda opzione non è molto considerata dagli Altoatesini. La “Convenzione sull’Autonomia”, istituita dal Consiglio provinciale di Bolzano nel 2015, ha redatto un dossier nel quale propone un’estensione maggiore dei poteri alla Provincia autonoma di Bolzano, tale da chiedere un referendum per decidere se staccarsi o meno dallo Stato italiano. Sono state proposte l’abolizione della denominazione Alto Adige con la sostituzione di “Provincia autonoma di Bolzano/Sudtirol” e il trasferimento di ogni funzione dalla Regione alla Provincia. E si candiderebbe alla partecipazione diretta agli organi dell’Unione europea. Inoltre il documento della Convenzione, costituita su proposta del partito indipendentista SVP (Sudtiroler Volkspartei) in accordo col Pd, prevede l’istituzione di una “Corte Costituzionale altoatesina“, ossia una consulta composta da giudici locali chiamata a dirimere le controversie riguardanti la Costituzione italiana. In seguito alla totale autonomia tributaria, Bolzano avrebbe la possibilità di gestire le proprie entrate fiscali senza ingerenze dello Stato.

Il vento per l’autonomia e l’indipendentismo soffia anche in Francia. Se le correnti indipendentiste prendono il sopravvento, il paese tranalpino perderebbe l’Occitania e la Corsica a sud, Bretagna e Normandia a Nord e ad Ovest territori come l’Alsazia e la Savoia. L’Occitania viene considerata come la nazione- che-non-c’è, una grande area geografica non delimitata da confini politici che comprende una larga parte della Francia meridionale, parte del Piemonte e piccole aree della Spagna. Nel caso dell’Occitania, però, si parlerebbe di autonomia, in quanto non è mai esistita come stato nazionale e il popolo non l’ha mai richiesto. In Corsica è stato attivo dal 1976 il Fronte di liberazione nazionale della Corsica che ha dato non pochi problemi allo stato francese con alcuni episodi di violenza ai danni di banche, edifici pubblici civili e militari, strutture turistiche e tutto quanto fosse legato alla Francia. Ha ufficialmente cessato la propria attività nel 1983, ma de facto è rimasto in attività fino al 19 dicembre 2014, annunciando la cessazione della lotta armata. Le recenti elezioni tenutesi a dicembre 2017 hanno visto la coalizione autonomista e indipendentista “Pe’ a Corsica” vincere il secondo turno delle elezioni territoriali in Corsica con il 56,5 per cento dei voti. A chiusura dei seggi Gilles Simeoni, leader della coalizione assieme a Jean-Guy Talamoni, ha detto che “è un risultato straordinario. Parigi avrà oggi una misura di ciò che sta accadendo in Corsica”. Il tutto potrebbe rievocare lo spettro dell’indipendentismo dell’isola, per oltre due secoli accarezzato dalla sua popolazione dopo l’annessione alla Francia. Ma la coalizione non chiede l’indipendenza della Corsica ma una maggiore autonomia, nonostante gli avversari abbiano molto insistito su questo argomento, durante la campagna elettorale, facendo spesso riferimento alla situazione della Catalogna. In Bretagna il referendum scozzese è stato salutato dai Bretoni come un “Ritorno della parola donata ai popoli”, anche se le speranze di un referendum in Francia da parte della Bretagna sono praticamente nulle. Troadec, leader dei Berretti Rossi Bretoni, movimento regionalista fondato nel 2013, afferma che: “difficilmente vedremo un referendum così in Francia, paese ipercentralizzato che non riconosce i diritti alle sue minoranze”.

Anche la Germania, solida e tetragona, ne uscirebbe divisa. Nella Germania del sud, il sogno di una Baviera autonoma resta ancora in piedi e il referendum in Scozia ha dato nuove speranze ai bavaresi indipendentisti del Beyernpartei, un piccolo partito fondato nel 1946, che si batte per lo sganciamento della regione del sud da Berlino. Florian Weber, presidente del partito indipendentista bavarese, spiega che: “Il mio sogno è diventare ministro degli Esteri della Baviera; questo significherebbe che il mio obiettivo politico è stato raggiunto”, e grazie al referendum in Scozia vede il suo sogno realizzabile. “Fino a poco tempo fa il separatismo bavarese non era preso sul serio, da quando è iniziato il dibattito in Scozia, proprio in vista del referendum, il tema è diventato legittimo, se ne discute”. Nonostante la maggioranza dei bavaresi resta contraria all’indipendenza, un sondaggio recente vedrebbe il 29% a favore dell’indipendenza, un dato in crescita se si pensa che un anno prima si attestava al 23%. Weber conclude: “In dieci anni potrei immaginare una Baviera autonoma in Europa”.

 

Si aggiungono anche le Fiandre per il Belgio, Carinzia in Austria, Istria nella Croazia, la Moravia in Repubblica Ceca, la Slesia in Polonia, la Vojvodina in Serbia, la Frisia tra Germania e Olanda, il Donbas in Ucraina e le minoranze ungheresi che vogliono staccarsi rispettivamente dalla Romania e dalla Slovacchia. Ultima, ma non ultima, la Transnistria, una piccola Repubblica autoproclamatasi indipendente dalla Moldavia il 2 settembre 1990, tra l’altro l’unica e forse l’ultima “nazione” che batte ancora la bandiera con la falce e il martello, retaggio dell’Unione Sovietica.

Marco Bucci

Romano classe 1986, Judoka specializzato in contro-tecniche e tecniche con l'uso prevalente della gamba (Ashi-waza). Sono un appassionato di Geografia, Geopolitica, lingue stranire, Storia, cucina, Judo, Rugby, Nuoto e di tutti gli altri sport. Mi sono laureto in Geografia con una tesi riguardante Newcastle come limes geo-linguistico, il mio percorso di studi, al di fuori del curriculum ambientale, si concentra anche su Geopolitica, Geografia dell'alimentazione e Geografia delle lingue. Recentemente ho anche ottenuto le qualifiche di rappresentante e Sommelier, quello dei vini è un mondo che mi ha sempre affascinato e recentemente sto mettendo in pratica le mie abilità da Sommelier giorno dopo giorno, cogliendo l'occasione di distribuire il vino nei ristoranti e nelle enoteche di Roma, sperando in futuro di portare i prodotti del Made in Italy al di fuori dei nostri confini nazionali, puntando in mercati dove il prodotto italiano va molto di moda come ad esempio Regno Unito o la Russia, il mondo arabo per quanto riguarda l'acqua. Proprio per questo ho deciso di imparare due lingue del futuro, Arabo e Russo, fondamentali se un domani dovrò comunicare con potenziali clienti di nazioni in forte crescita. Nel tempo libero mi piace leggere, dipingere, cucinare, fare Judo e Nuoto, scattare le foto, studiare le lingue.