San Teofilo da Corte: al servizio di Dio fra Corsica, Lazio e Toscana

San Teofilo, figlio unico di Giovanni Antonio della nobile famiglia De Signori e di Maddalena Arrighi, nacque a Corte (Corsica) il 30 ottobre 1676, dove fu battezzato col nome di Biagio.
Fin dalla più tenera infanzia ebbe ribrezzo per tutto quello che aveva l’apparenza di male e di peccato Era assiduo nella frequenza dei sacramenti, della chiesa e nello studio dei testi sacri, fino a manifestare, ancora giovanetto, il desiderio di consacrarsi a Dio nella vita religiosa, al quale i genitori di alto lignaggio, che avevano soltanto lui come erede e fonte di discendenza, si opposero.
Già a sedici anni Biagio cercò di piegare la resistenza del padre, presentandosi furtivamente e chiedendo di essere ammesso al convento dei Frati Cappuccini che allora esisteva a Corte (attualmente l’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, appartenente alla famiglia francescana, è rappresentato in Corsica dal solo convento di Sant’Antonio in Bastia).

I genitori compresero così che la sua vocazione, forte e autentica, non poteva essere messa a freno e si arresero, ma, essendo essi particolarmente legati e benefattori dei Frati Minori Osservanti (detti semplicemente “Francescani”), nella cui chiesa di Corte possedevano il proprio sepolcro di famiglia, supplicarono il figlio di abbracciare per lo meno quello specifico genere di vita conventuale.

Tuttavia, fino ai diciassette anni Teofilo restò in casa, vivendo una vita semplice tra casa, scuola e chiesa, finché, irresistibilmente attratto dall’ideale francescano, abbandonò la casa paterna ed entrò nel non lontano convento dei Cappuccini.
Dio volle ascoltare le preghiere della nobile casata e infatti, dopo un breve periodo, il nostro futuro santo passò fra i Frati Minori Osservanti della sua stessa città, nel vicino convento di San Francesco (anch’esso oggi non più esistente), dove il 21 settembre 1693 vestì l’abito francescano prendendo il nome di Teofilo, che significa “amante di Dio”, virtù che egli mostrò di avere nell’anno di noviziato, col suo spirito di orazione, di ubbidienza e di penitenza, nonostante la gracilità della sua costituzione fisica, fino all’emissione della sua professione religiosa un anno dopo, nel 1694.

stommasodacoriDue anni dopo, venne inviato a Roma per completare gli studi filosofici, nel convento di Santa Maria d’Ara Coeli e successivamente a Napoli per studiare teologia, nel convento di Santa Maria la Nova, dove prese i voti e venne ordinato sacerdote il 30 novembre 1700.
Avendo conseguito ottimi risultati negli studi, grazie anche alla prodigiosa memoria di cui era dotato, gli fu accordata la patente di Lettore (che conferisce l’incarico di proclamare la parola di Dio), pur con l’onere di concorso. Venne quindi destinato all’insegnamento, ma, nella prima metà del 1702, per potersi adeguatamente preparare a detto concorso, ottenne di ritirarsi provvisoriamente nel solitario cenobio di San Francesco, presso Civitella San Sisto (paese che si chiama attualmente Bellegra), sui Monti Prenestini del Lazio, ad est di Roma. A capo di questo convento, che San Francesco d’Assisi aveva avuto in dono dai Monaci Benedettini della vicina cittadina di Subiaco, c’era allora Fra Tommaso da Cori, che pure sarebbe diventato santo (ad opera di Papa Giovanni Paolo II, il 21 novembre 1999). Fra Tommaso capì immediatamente il valore del nuovo arrivato e lo volle tenere con sé come ausiliare, colpito da quanto il frate corso si mostrasse distaccato dalle cose di questo mondo, amante della solitudine, esatto nell’osservanza della regola, severo nel mortificare il proprio corpo con cilici, cinture di ferro irte di punte e aspri flagelli, nonché dal fatto che si nutrisse con cibi resi insipidi o amari con l’assenzio e altre erbe non gradite al palato.

L’incontro col futuro San Tommaso da Cori, dal quale fu molto influenzato, cambiò l’indirizzo della vita di Teofilo. Egli rinunziò all’insegnamento e con il permesso dei superiori rimase con lui nel convento di Civitella San Sisto.
Tuttavia, nel 1703, Teofilo, sentendosi chiamato da Dio ad erudirsi nelle scienze sacre, volle recarsi a Roma a piedi, allo scopo di prendere parte al concorso che doveva sostenere. Giunto a Tivoli, cittadina allora a metà strada circa con Roma, cadde malamente e si ruppe una gamba. Fu trasportato a Roma nell’infermeria del convento di Santa Maria d’Ara Coeli, dove, al benevolo rimprovero di Tommaso da Cori prontamente accorso al suo capezzale, capì che era volontà di Dio che rinunciasse al magistero per darsi alla propagazione dell’Opera dei Ritiri, iniziata dal fratello laico Bonaventura da Barcellona (morto nel 1684) a Santa Maria della Grazie di Ponticelli (vicino alla città di Rieti, nel Lazio, a est di Roma).
Quest’opera, portata avanti dallo stesso Fra Tommaso, consisteva nel “raccogliere” più frati che vivessero in comunione e povertà all’interno di conventi già esistenti o nuovi. A tale scopo, proprio in quel periodo, furono approvati i regolamenti che riguardavano i conventi tenuti dai Frati Minori cosiddetti “Recolletti” (nome che deriva, per l’appunto, dall’abitudine di questi frati di “raccogliersi” in conventi solitari): levata di notte per il mattutino; due ore e mezzo di orazione per giorno; quattro quaresime l’anno, di cui la più singolare era quella della Benedicta, che iniziava quaranta giorni dopo l’Epifania.
Il Provinciale dell’Ordine, nel 1705, assegnò a Fra Teofilo l’ufficio di predicatore. Ne approfittò il santo per diffondere tra il popolo la devozione a Gesù Crocifisso, che costituiva il principale argomento delle sue meditazioni. Rimase nel convento di Civitella San Sisto fino al 1709, poi venne trasferito per sei anni al convento di Palombara Sabina, nel Lazio, a nord-est di Roma, dove fu anche Guardiano, al posto di Tommaso da Cori che ne era stato il fondatore, dal 1713 al 1715, anno in cui ritornò a Civitella San Sisto. Rimase in quest’ultimo cenobio ben 12 anni, ricoprendo anche la carica di Guardiano nel 1715.

Benché fosse sempre stato ammirato ed amato dei superiori, compiuto il previsto triennio di guardianato, un giorno si portò in mezzo al refettorio durante il pranzo e, tenendo appeso al collo un pezzo di legno, chiese umilmente perdono a tutti dei dispiaceri e delle molestie che, nella sua grande umiltà, riteneva avere potuto dare loro. Per affinarlo di più nella virtù della pazienza, il buon Dio permise che il suo successore, Fra Benedetto da Cerchiara, lo prendesse in antipatia e non lasciasse passare nessuna occasione per umiliarlo. Invano il santo chiese all’indegno superiore le ragioni del suo modo di comportarsi. Le persecuzioni durarono due anni e giunsero a tal misura che lo stesso Tommaso da Cori ritenne necessario recarsi a Roma per fare destituire e rimuovere Fra Benedetto dall’incarico di superiore del ritiro.

Fra Teofilo crebbe nella stima dei suoi superiori per le austerità alle quali si abbandonava volentieri e che abbiamo già visto, nonché per l’equilibrio che dimostrava di possedere in mezzo alle difficoltà che la vita religiosa presentava. Fin dall’inizio del ritiro nel convento di Civitella San Sisto, s’era introdotto l’uso tra i Frati di mangiare per terra tutti i venerdì dell’anno. Il santo s’interpose presso il Provinciale in visita affinché, per la buona pace di tutti, quell’uso decisamente duro fosse riservato ai soli venerdì del mese di marzo, alle vigilie delle feste della Madonna e di San Francesco.

Nel 1724, contro la sua volontà, dovette accettare ancora una volta il guardianato di Civitella San Sisto, dove l’ormai anziano Tommaso da Cori fu il suo sottoposto più ubbidiente e il più diligente osservante dell’evangelica povertà.
Nel 1727, fu inviato a ravvivare la fiamma della fede e dell’obbedienza nel monastero di Palombara Sabina, poiché la disciplina che vi aveva introdotto Tommaso da Cori si stava spegnendo. Di quanta fermezza e dolcezza egli seppe fare uso, allo stesso tempo, nell’esercizio della sua autorità, abbiamo notizia attraverso gli avvisi che più tardi scrisse per il suo successore.
Nel 1729 era di nuovo a Civitella San Sisto, nei due posti portò sempre il suo elevato spirito serafico, un fervido zelo apostolico ed efficaci virtù di governo.
Predicatore eccellente, molto ascoltato e persuasivo nel suo dire, Teofilo percorse senza sosta quasi tutti i paesi della Sabina (così è chiamata quella zona del Lazio, ad est di Roma) e della zona di Subiaco, per portare la parola di Dio.

I superiori dell’Ordine Francescano studiarono come moltiplicare i ritiri un po’ in tutte le province e, nel 1730, finalmente disposero di aprire nuovamente un convento in Corsica, per ristabilirvi la presenza francescana. Per questo delicatissimo compito, l’Ordine pensò a lui, poiché era corso, efficiente, colto ed erede della spiritualità di Tommaso da Cori, morto l’anno precedente in odore di santità. Teofilo fu ufficialmente incaricato dell’impresa e fu così che, dopo ben trentaquattro anni di assenza, rientrò nella sua bella isola, divenendo il Guardiano del nuovo convento di Zuani, situato a nord est di Aleria, il 20 dicembre 1732.

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La felicità che provò nel rimettere piede nell’isola natale dopo tanti anni d’assenza, fu presto offuscata dalle difficoltà d’ogni sorta che ovunque dovette affrontare. Il convento di Campoloro, nell’omonima valle sulla costa orientale dell’isola, non si prestava allo stabilimento del ritiro perché alcuni frati, amanti del quieto vivere, minacciarono di sollevargli contro il popolo qualora avesse voluto introdurre tra loro le austerità previste per i ritiri. Anche a Nonza, sulla costa occidentale del Capo Corso, nel golfo di San Fiorenzo, alcuni frati incitarono il popolo ad opporsi con tumulti all’introduzione nel loro convento d’una vita più austera. Il santo, senza scomporsi, per fare penetrare nei cuori l’idea dei ritiri, si ritirò a predicare la quaresima a Corte, sua città natale, dove visse di elemosine nonostante i frequenti inviti a pranzo da parte dei suoi ricchi parenti. Dopo tante fatiche e contraddizioni, Fra Teofilo riuscì finalmente a instaurare un ritiro nel convento di Zuani, benché i frati, come al solito, cercassero di sollevargli contro l’opinione pubblica. Dalle celle dei religiosi egli fece togliere tutti gli oggetti superflui; abolì le questue; fece allontanare dal convento ventiquattro alveari di api; dispose che tutte le Messe fossero celebrate gratuitamente per i benefattori; e, per la sopravvivenza dei frati e del convento, si affidava solamente alla Divina provvidenza. Difatti le elemosine crebbero in tale quantità che Fra Teofilo dovette pregare i benefattori di essere meno generosi e, mentre prima sei religiosi stentavano a vivere, come nuovo Guardiano fu costretto ad ampliare il convento per riceverne diciotto.

Ma Zuani non fu il suo punto d’arrivo e la sua attività itinerante non era ancora conclusa. Infatti, portata a termine con successo la missione, il santo fu richiamato a Roma nel 1734 e, l’anno successivo, rimandato a fare il Guardiano a Civitella. Poi, quando a Palombara Sabina, fu istituito il processo canonico per la canonizzazione di Tommaso da Cori, andò a farvi la sua deposizione ampia e solenne. In quel tempo ottenne dal Papa Clemente XII il favore di guadagnare, con il crocifisso che portava sempre con sé, le indulgenze annesse alla Via Crucis.
Ma Teofilo non si fermava ancora: dopo un poco riprese il cammino per andare a fondare una nuova casa francescana in Toscana. Infatti, quando i Francescani della Toscana manifestarono il desiderio di trasformare qualche loro convento in ritiro, venne scelto il convento della Vergine di Fucecchio, vicino Firenze, sulla riva destra dell’Arno. Fra Teofilo fu inviato sul posto nel 1736, col titolo di presidente, perché v’introducesse la riforma ideata. Sul posto, trovò gli abitanti, sobillati dai soliti frati rilassati, vivamente ostili, tanto da insultarlo e accusarlo d’ipocrisia e ignoranza, ma egli con la pazienza e l’esortazione addolcì il cuore degli oppositori e si guadagnò il favore del Vescovo e del sovrano del Granducato di Toscana, il Granduca Giovanni Gastone de’ Medici.

TeofilodaCorte-immaginettaFra Teofilo nutriva una sconfinata fiducia nella Provvidenza. Per questo era un acerrimo nemico del denaro. Il giorno di Pasqua, le varie confraternite ed associazioni del paese, come erano solite fare, entrarono nella chiesa dei frati e deposero le loro elemosine sull’altare maggiore. Teofilo entrò anch’egli nel presbiterio per cantare la Messa e le vide: se ne indignò a tal punto che, con un colpo di mano, le gettò in terra gridando e chiedendo cosa mai fosse “quella porcheria”. Di tanto distacco dalle ricchezze, Dio lo ricompensò con i miracoli. Dopo una sua preghiera o una sua benedizione tanti malati ricuperarono la salute e tante partorienti, in pericolo di vita, diedero felicemente alla luce i loro figli. Ovunque era conosciuta la sua fama. I familiari dei malati sapevano per esperienza che, quando il santo li invitava ad aver fede l’infermo guariva; quando invece li invitava a rassegnarsi alla volontà del Padre Celeste, il malato moriva.
Niente lo arrestava dal recarsi al capezzale dei morenti: non il cattivo tempo o l’impraticabilità delle strade; non l’asma o l’ernia che da tempo lo tormentavano. Infine, superate tutte le difficoltà, sotto la sua esperta guida, il convento si affermò diventando un centro di vera attrazione spirituale, dove trascorse gli ultimi anni della sua intensa, laboriosa vita, dedito particolarmente agli ammalati, ai poveri ed ai sofferenti. Fu appunto in seguito ad una di quelle visite di carità che contrasse una pleurite. Al medico che lo visitò e che non gli nascose la gravità del suo male, egli rispose con sinceri ringraziamenti, manifestando al contempo la sua piena sottomissione al volere di Dio. Quando si accorse che i frati volevano trasportarlo con un calesse all’infermeria del convento di Lucca (Toscana), vi si oppose fermamente, spiegando di essere un povero frate e non certo un re.
Chi lo assisteva su quello che sarebbe divenuto il suo letto di morte, un giorno lo esortò a pregare affinché, se fosse stata ancora necessaria la sua opera, potesse ottenere la guarigione, ma il morente, invece, non intese farlo, chiarendo che se egli avesse creduto di essere necessario a qualcosa, si sarebbe ritenuto dannato. Avvicinandosi la fine terrena, dopo la raccomandazione dell’anima a Dio, ebbe un turbamento, fissò lo sguardo in un angolo della stanza e per due ore borbottò concitato parole incomprensibili. Il demonio gli si era forse presentato per tentarlo, pensarono i presenti costernati, giacché lo udirono ripetere più volte invocazioni rivolte al Dio uno e trino, all’anima ed all’eternità. Poi, tornata apparentemente la calma nel suo animo, alzò la mano destra, la lasciò cadere sul letto e, sostenendo con la sinistra il crocifisso, spirò il 19 maggio 1740, in odore di santità, mormorando di non avere di che temere.

santeofilodacorteLa fama della sua santità, i miracoli che si moltiplicarono per sua intercessione e i numerosi pellegrinaggi di popolo alla sua tomba, spinsero le autorità ecclesiastiche ad accelerare i tempi, tanto che il primo dei processi canonici per la sua beatificazione, si ebbe già nel 1750. Di seguito venne dichiarato venerabile da Papa Benedetto XIV il 21 novembre 1755, beatificato da Papa Leone XIII il 19 gennaio 1896 e infine, il 29 giugno 1930, il grande santo della Corsica, l’apostolo di Fucecchio e di tutta la diocesi di San Miniato (Toscana), venne canonizzato da Papa Pio XI.
Le reliquie di questo umile santo che nelle proprie lettere si firmava solo: “Teofilo da Corte, peccatore”, sono tuttora custodite e venerate a Fucecchio, mentre di lui restano vari scritti pubblicati in italiano e latino e un gran numero di lettere epistolari.

San Teofilo da Corte è patrono di Corte, di Zuani e della Corsica, assieme a Santa Devota e Santa Giulia.