Pietro Delitala: il primo scrittore in italiano nella Sardegna del XVI secolo

Pietro Delitala è uno scrittore quasi sconosciuto in Italia e anche nella sua nativa Sardegna, nacque a Bosa nella metà del XVI secolo nell’allora Regno di Sardegna aragonese, all’epoca governato da Alfonso V che aveva represso nel sangue le resistenze isolane che terminano solo nel 1478 con la battaglia di Macomer quando le forze catalano-aragonesi sconfissero gli ultimi ribelli sardi e nello stesso periodo nell’isola impersava anche la peste bubbonica che contribuiva a creare malcotento contro i dominatori che da due secoli cercavano di sottomettere la Sardegna.

Il bosano Delitala nacque quindi in un periodo tumultuoso dove i dominatori avevano preso il controllo del territorio e la lingue colte e amministrative, utilizzate anche dagli scrittori sardi del periodo erano latino, catalano e spagnolo e anche in sardo.

Suo padre Nicolò era stato anche podestà di Bosa nel 1556 e la  famiglia paterna era di origine còrsa ed era parte della nobiltà di toga (amministrazione) fedele alla corona spagnola, a differenza della nobiltà feudataria che era ribelle agli spagnoli. Le radici della famiglia erano forse erano di antichissima origine senese imparentati con la famiglia Piccolomini che diedero alla Chiesa moltissimi prelati e anche due papi. Invece la madre, Sibilla Dessena, era una nobildonna figlia del visconte di Sanluri.

Secondo le scarse notizie sulla sua gioventù visse in Corsica e proprio a Siena dato che era stato condananto per adulterio, o forse arrivò in Toscana semplicemente per studiare. A Siena incontrò il grande scrittore Torquato Tasso, di cui divenne amico e dedico anche un sonetto: “Tasso gentil ch’empi di luce il mondo / io che per reo destin da te m’ascondo / senza di te non volentier son meco…“.

Ritornò in Sardegna dato che era andato in bancarotta, nel 1572 venne incriminato e condotto nelle prigioni probabilmente per un reato legato ad una vendetta, fu però prosciolto da una commissione parlamentare istituita dal viceré Conte d’Elda durante il parlamento da lui presieduto nel 1573. Nel 1583 intervenne al Parlamento Generale delegando suo fratello Agostino Angelo a rappresentarlo, mentre nel 1589 fu nuovamente in prigione, questa volta però sotto l’Inquisizione che gli comminò un’ammenda di 5.600 lire sarde. Uscì di prigione nel 1590 per intervento dello storico Giovanni Francesco Fara, di cui fu amico, che poté adoperarsi in qualità di consultore del Sant’Uffizio.

Uscito di prigione già nel 1593 fu convocato al Parlamento per il quale delegò questa volta Ramon de Cetrilla. Si sposò attorno al 1595 ed ebbe 5 figli: Agostino Angelo, Giovanni Geronimo, Pietro, Diego e Francesco. Nel 1606 venne premiato dal viceré per aver salvato, nella sua qualità di podestà, la città di Bosa da un’inondazione del Temo, fiume che la attraversa.

Scrisse un canzoniere in italiano dal titolo “Rime Diverse” pubblicato dall’editore cagliaritano Galcerino nel 1596. Nella primavera estate del 1594 fu a Genova ospite del marchese Ambrogio Spinola e poi a Mondovì presso il santuario di Vicoforte in pellegrinaggio. Nelle sue “Rime” descrive tale pellegrinaggio, ma anche un miracolo avvenuto a Bosa nel dicembre dello stesso anno, quando il capitano di vascello genovese Pàtron Natteri salvò dalla piena del Temo uno sventurato signore di Codrongianos che tentava di attraversare il fiume col suo cavallo. La sua poetica va inquadrata nel filone petrarchista italiano del Cinquecento, con ampie influenze di Torquato Tasso, ma anche di altri poeti sardi a lui coevi, come Gerolamo Araolla, Gavino Sugner ed altri che ugualmente scrissero in italiano in un’isola fortemente ispanizzata.

Don Ambrogio Spinola, marchese di los Balbases nel 1604

 

Delitala disse scrisse nella sua prefazione del libro la scelta di scrivere in italiano:

Al lettore

Veggio, studioso Letore, aparecharti nell’animo contra questa piccola mia, ma temeraria editione due principalissime, et ragionevoli accuse: de le quali è la prima a torno a sua immoderata brevità, intendendo che non si doveva mandar in stampa, come che per ogni poca cosa non si dovea mandar in stampa, come che per ogni poca cosa non si denno le stampe adoperare; l’altra per l’idioma toscano, intendendo anche, che più obligato era scrivere in lingua sarda come materna, o spagnola come più usata, et ricevuta in questa nostra Isola, che in toscana, lengua molto aliena da noi. “A le quali accuse brevemente rispondo; quanto a la prima, che mi è parso più sicuro mandare in luce opera cossì poca; perché è meglio provar con pericolo di poca importanza il potere de la mordacità del volgo, che arriscarvi il tutto; si il volgo riceverà male queste mie poche fatiche, et pretenderà con scharno vederle, otterrà di sua impresa spoglie molto povere, per esser elle di sì poco volume, et spiegherà mendicamente i soi avvenati trionfi; et il resto de le mie opere, che in borroni si stanno, non anco tocche da l’ultima lima si staranno in ritirata molto sicura, da gl’assalti di sua malignità, nelle tenebre del mio indotto schrinio, sin che il Cielo permetta che la verità vaglia et la ragion comandi, a favore de le odiate Muse. Quando a l’altra accusa dicho, che presuposto che la nobilissima lengua toscana sia in Regno da pochissimi intesa esattamente, e quelli sian persone che con animo netto mi notino gli errori, et con clementia me ne riprendano (che esser non può schortese un che sia dotto), il che il volgo per tutto l’oro del mondo non farebbe, mi è parso molto conveniente per questa mia arroganza, mandar in luce in lengua toscana. Pure si queste scuse non stanno a botta, et nel resto del imperfetioni, che questo pochissimo volume contiene, non vòi a me scusa alcuna acettare, acetale almeno al clima molto diverso da quello, che dee per far i soi studiosi di tal esercitio, a la poca comodità di studio, a i mei continui travagli, che da me rapiscono, et ultimamente a la nulla inclinatione de’ legenti a opere tali, per la quale in poco prezzo si soglion tenere, et con la viltà  nomenare, onde ogni leggiadro ingegno si scioglia vermante di darsi, o si dà remissamente a sì lodato et più che humano studio. Sta sano, in Bosa 19 di Agosto, 1595.”

La scelta di Delitala di scrivere in italiano nel 1596, quando l’italiano divenne ufficiale in Sardegna solo nel 1720 con il passaggio sotto i Savoia è causata probabilmente dalle sue origini e dalla sua vita, tra la Toscana, la Corsica e la Sardegna. É stata dedicata a Pietro Delitala una via a Cagliari e una via a Bosa. Morì nella sua città natale nel 1613.

Il libro è stato ristampato nel 2014 dall’editrice Cuec di Cagliari, con un’introduzione a cura del filologo e medievalista Mauro Badas.

In allegato la versione originale delle Rime Diverse del 1596.

Rime Diverse – Pietro Delitalia – Cagliari 1595

 

Fonte: Giuseppe Manno, Storie di Sardegna, tomo III, Torino, 1826 e Enciclopedia Treccani

Andrea Meloni

Di origini sarde e calabresi ma genovese di nascita, laureato in scienze geografiche presso l'Università di Genova nel 2013 e socio della sezione Liguria dell'AIIG (associazione Italiana insegnanti di geografia), risiede nell'Appennino Ligure in val Borbera, una valle piemontese ma da sempre legata alla confinante Liguria e da agosto 2015 è redattore di Corsica Oggi. Collabora da marzo 2016 con la società cartografica geo4map di Novara, nata da una costola di DeAgostini e da giugno 2017 con il quotidiano genovese Il Secolo XIX. Adora viaggiare ed è innamorato della Corsica.

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A proposito di Andrea Meloni

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