Opalescente – Un racconto di Federica Saini per Corsica Oggi

Federica Saini è una giovane scrittrice genovese che conosce e ama la nostra isola, tanto da ambientarvi il suo romanzo “La battaglia di Valinco”, che dovrebbe vedere presto la luce, seguito del suo fortunato libro per ragazzi “L’Orlando avventuroso. La congiura dei Fieschi”.

Pubblichiamo con molto piacere un suo racconto breve che ci ha fatto l’onore di regalarci. Una storia fantastica, che tocca in modo leggero ma chiaro i temi dell’ambiente e della natura. “Mi è venuta alla mente l’immagine i una donna sottacqua, che affiora dal buio, avvolta nella plastica” ci racconta Federica  “e, in men che non si dica, mentre scrivevo stavo scrivendo della Corsica, delle sue spiagge selvagge e di creature, come un secondo popolo, che vive il mare cristallino di Punta Corsa in pace con gli abitanti della terra ferma e che, come loro, anziché subirle passivamente sfrutta quello che arriva dalla civiltà ricca, viziata ed indifferente per affrontarci le difficoltà, anche le cose brutte, anche le briciole, anche i ‘rifiuti’, come la plastica”.

In questa torrida estate dove sempre dobbiamo tenere a mente come il clima sta cambiando e la nostra responsabilità verso il pianeta, per il bene di tutti, vi lasciamo al bel racconto di Federica Saini e alle sue atmosfere fantastiche, arricchite dalla splendida cornice della Corsica.

Opalescente

Il cielo era bianco sopra di noi a punta corsa, bianco e luminoso, ed il vento faceva volteggiare in aria sacchetti e foglie, facendoli ballare; sospinti dalle spiagge oltre la collina piene di turisti francesi.

Il mare andava avanti ed indietro, respirando come suo solito, lavando la sabbia fredda e scura e i piedi del bambino.

Il piccino si acquattò dietro un tronco sbiancato dal sole, da vicino poteva vedere i piccoli parassiti rossi correre avanti ed indietro in circoletti e disegni divertenti, un microscopico mondo di personcine rosse atterrite da quel gigante comparso dal cielo e quei pilastri di carne che premevano sopra il loro  mondo di legno candido.

Ma non doveva distrarsi.

Arricciò le dita dei piedi nudi, aggrappandosi alla sabbia corposa e scricchiolante, puntò la sua preda e saltò.

Con un grido il bambino, avrà avuto tre anni al massimo, balzò sopra il sacchetto colorato che pascolava tranquillo sulla sabbia, giocando col vento marino.

Il piccolino lo schiacciò per terra con mani e piedi e cominciò una frenetica lotta per la sopravvivenza; il sacchetto si dimenava e brancolava, cercava di entrargli in bocca per soffocarlo, gli si avvinghiava attorno ai polsi, cercava di divorarlo ma il piccolo era più veloce e più tenace e lo sapeva bene e, gridando furioso, lo strozzò senza pietà.

Raccolsi un pezzo di vetro arrotondato dall’acqua di mare che spuntava da sotto il mio asciugamano e me lo feci rigirare fra le dita mentre ammiravo la scena di caccia.

Il piccolo selvaggio la ebbe vinta contro il terribile predatore traslucido, una creatura spavalda e resistente, ma che divenne ben presto preda del cacciatore che, rizzandosi fiero sopra il tronco, si infilò il sacchetto, opaco e morto, nella cintura che sarà stata lunga si e no come il mio avambraccio. Si accorse di me e mi guardò fiero. Gli sorrisi, abbassandomi gli occhiali da sole e allungandogli la pietra.

“La vuoi? È bella.” dissi.

Aveva indosso solo la cintura piena di cadaveri di sacchetto di ogni colore, una cavigliera di perline stretta attorno ad un piedino e un ciondolo fatto con un sasso di vetro al collo, per il resto era nudo, il musetto abbronzato e la pancia rotonda incrostati di sabbia. Un piccolo guerriero forte, sano e solitario.

Mi guardai attorno mentre si avvicinava sicuro e mi prendeva la pietra di mano.

“Dove sono i tuoi genitori?” gli chiesi. Lui non alzò lo sguardo dal sasso di vetro ma indicò un punto oltre una duna.

“Lì c’è mamma” disse.

Provai ad allungare una mano per togliergli un ricciolo dalla fronte, ma si ritrasse prontamente; non sembrava intimorito o arrabbiato perché avevo provato a toccarlo, ma perché temeva toccassi i suoi sacchetti.

“Mio!” disse: “Serve!”, aggiunse.

“A cosa ti servono? Ne vuoi un altro? Tieni”

Allungai la mano a prendere il sacchetto opalescente in cui conservavo le albicocche della merenda, tolsi la frutta e gli allungai il sacchetto.

“Mi raccomando però, non lo buttare in mare che fa la bua ai pesci”, lo ammonii mentre lo prendeva fra le dita. Mi sorrise.

“Grazie! È per la mia mamma! Dico che me lo hai dato tu, persona buona!”, e dicendolo corse via, salutandomi allegro, i sacchetti gli frusciavano attorno alla vita come meduse mentre si gettava in acqua, buttando la testolina mora sotto, e non riemergendo.

Mi alzai allarmato; passarono i secondi, una grande onda passò sopra il punto in cui il piccino era sparito; non lo vidi riaffiorare da nessuna parte.

C’ero solo io in spiaggia a quell’ora del mattino.

“Merda!”, gettai gli occhiali da sole sulla sabbia e, senza perder tempo a mettermi pinne e maschera, mi lanciai in acqua e buttai la testa sotto. Tenendo aperti gli occhi e guardandomi attorno feci qualche bracciata.

Sabbia candida che digradava in un fondale di sassi colorati, pesci, alghe, l’acqua fredda e cristallina della Corsica ed una sagoma, davanti a me, verso il largo, verso il buio.

Nuotai in quella direzione il più velocemente possibile, ma mi bloccai di colpo quando mi resi conto che era troppo grande per essere quella di un bambino di tre anni.

Sembrava un grosso pesce, una ventresca!

Ero sorpreso. Le ventresche non sono aggressive ma son pur sempre squali.

Afferrai il coltello da pesca che avevo sempre allacciato alla coscia quando andavo a nuotare in posti isolati come quello.

Si girò verso di me.

Era davvero strano come pesce, per un attimo credetti fosse una persona, distinguevo delle braccia pallide, una massa di lunghi peli scuri che si muovevano come alghe.

Aveva qualcosa di opalescente e lattiginoso al posto della testa, aveva una forma molle, come fosse rimasta intrappolata in un sacchetto di…

Mi sentii sfiorare un braccio, mi voltai di scatto temendo una medusa ma non era una medusa, era il bambino che mi guardava sorridendo; mi diede un bacino sulla guancia e nuotò via, verso la creatura.

Cercai di afferrarlo ma era dannatamente agile e raggiunse la creatura in un batter di ciglia.

Prese il sacchetto che gli avevo dato io dal carnaio della sua cintura; prese un grande respiro e lo gonfiò d’aria come un palloncino.

Rimasi di pietra per lo stupore.

Lo mise in testa alla creatura e per un attimo potei vederla bene.

Giuro che era una persona, una persona che vive sott’acqua.

Gridai e tutta l’aria uscì in mille bolle cristalline, arrancai verso la luce, per respirare.

Saltai fuori dall’acqua come una boa di sughero e mi misi a nuotare freneticamente verso la riva, terrorizzato dall’idea che quella cosa potesse sfiorarmi i piedi.

In superficie non c’era traccia delle due creature, ma so quello che ho visto.

Le mancava parte della faccia, una grande cicatrice in una spalla e su di un fianco, dove la sua razza ha le branchie. Un incontro con uno squalo al largo, o con la pala di un motoscafo.

Per vivere, per respirare, doveva farlo con un sacchetto in testa pieno d’aria, come un astronauta o un palombaro e posso giurare che, mentre il suo cucciolo le levava quello vecchio e pieno di alghe e mucillagine dalla testa per cambiarlo con il mio, lei mi sorrise.

Per questo ora, una volta al mese, lascio un sacchetto legato a questo tronco bianco in questa spiaggia, è la loro scorta d’emergenza, non inquinerei mai il mare con della plastica volontariamente, sono còrso come voi pescatori, amo il nostro mare ma, a volte, la spazzatura di qualcuno e il tesoro di un altro.

Quindi smettetela di guardarmi così e di rimproverarmi ogni volta che mi vedete, smettetela di buttare quei sacchetti!

Ora conoscete la storia, io voglio aiutarli, io voglio che quella creatura continui a vivere, e voglio che quel piccino continui a volermi bene, a voler bene a questo umano.

Fine

 


Copertina: foto di Edwin Poon, licenza CC

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