Nel cuore di Genova

Genova, la città che per i liguri, ha sempre rappresentato “la città”, “la Superba”, sinonimo di splendore e grandezza, in grado di assicurare lavoro e benessere. Genova e i suoi cittadini, un popolo forte che è uscito più volte dal fango e dall’acqua che ha spazzato via tutto.

 

 

 

Genova è una città che, già come la leggenda del suo nome antico – Ianua, città di Giano, il dio dalle due facce – svela una sua peculiarità: l’essere contemporaneamente una cosa ed il suo opposto. Non è facile in sé spiegare Genova, figurarsi per chi, come me, genovese non è, e non lo è nemmeno comprenderla – ammesso che sia possibile fondersi a tal punto con una città che si ama e si odia contemporaneamente. È passato poco più di un mese e mezzo da quel 14 agosto, ma il dolore non ha tempo. Il lutto si dissolve, il dolore, al passare delle stagioni, matura, volge in malinconia, poi in nostalgia. Permane nella memoria, incancellabile monito, piacere del ricordo o tabernacolo di rabbia. Il dolore subitaneo offusca la ragione, lentamente, poi, la libera, alimenta la vita. Intanto i giorni passano e Genova è sempre lì, in ginocchio, spezzata, tagliata in due, sospesa sul vuoto; che ogni giorno fa i conti con gli enormi danni che questa tragedia ha provocato a partire dalla situazione della viabilità cittadina che è qualcosa di estremamente difficile.

Nonostante tutto, Genova non molla e cerca in ogni modo di alzarsi. Già dalle prime ore del mattino di sabato, Piazza De Ferrari è frequentata da parecchi turisti, spesso provenienti dalle crociere che sostano nel porto. Dalla fermata metropolitana di Piazza De Ferrari, cuore della città, a Via Fillak il passo è davvero breve, bastano appena dieci minuti circa di metro per arrivare nella zona rossa. Dall’uscita della metropolitana di Brin-Certosa già si può intravedere uno dei monconi del ponte, pare di essere nella Berlino del dopoguerra, c’è un muro trasparente che divide in due Via Fillak, per distinguere le due parti; i residenti la chiamano “Via Fillak lato sud” e “Via Fillak lato nord”. Prima centinaia di metri, due minuti di bus, ora quaranta minuti facendo il giro dell’oca. Un muro trasparente rappresentato dalla zona rossa, interdetta a tutti. Via Fillak è sempre stata una strada a scorrimento e collegamento in Valpolcevera, una via vivace con decine di saracinesche alzate e auto ovunque, ora appare incredibilmente vuota, le uniche auto presenti sono quelle della polizia municipale. L’unica saracinesca aperta nella strada verso il presidio del comitato degli sfollati è quella di un ricambio di pneumatici, per il resto è tutto chiuso.

 

Ormai le troupes delle tv straniere ed italiane hanno praticamente lasciato la città e quasi spento i riflettori su Genova, tranne qualche eccezione. Il timore è che, spento il clamore intorno alla vicenda, le istituzioni possano dimenticarsi di chi nel crollo ha avuto salva la vita ma ha perso tutto. È sabato e come sempre nella via addicente, Via Certosa, è presente il mercato rionale delle merci varie; la riapertura avvenuta due settimane fa è stato un enorme segnale per l’omonimo quartiere, non solo per i residenti ma anche per le attività economiche. I commercianti di Certosa stanno soffrendo in particolare quello al confine con la zona rossa, che di fatto taglia fuori il quartiere e lo isola dalla città: ad acquistare in zona sono rimasti soltanto i residenti, molti dei quali sfollati. Guardando gli occhi di questa gente si legge la voglia di riscatto, di ripartire e di non mollare. E’ guardando negli occhi i volontari dei Vigili del Fuoco assieme ai bambini, con il sorriso e con la gioia di divertirsi perché basta un rosso casco di protezione, una casacca, una manichetta per farli sognare essere diventati piccoli supereroi, proprio come quelli che nei giorni del disastro vedevano in televisione. Sono gli eroi dei bambini, sono gli eroi di tutti. Nelle tende del comitato degli sfollati vi sono alcuni anziani che discutono, ci sediamo accanto a loro per ascoltare le loro storie, semplici aneddoti di vita, una vita trascorsa sotto quel ponte, quel ponte che era diventato un pezzo della loro quotidianità.

 

Ovviamente in quelle case loro non vogliono più tornare a vivere, ma allo stesso tempo è molto difficile staccarsi, in fondo dentro vi hanno tutta la loro vita. A quasi tutti, ci raccontano, è stata assegnata una casa, ma il problema è che per un anno non pagheranno l’affitto, ma poi non hanno certezze. Molti di loro hanno lasciato la casa di proprietà e fra un anno si troveranno a pagare un affitto. Si sentono piuttosto tutelati dal sindaco Bucci, che gli ha assicurato che, qualora non ci dovesse essere adeguata collaborazione da parte del governo, andrebbe a Roma a farsi sentire. Ciò che accomuna queste persone non è solo la grande tragedia che hanno vissuto, ma anche un enorme senso di unità e di appartenenza, in fondo qui si conoscono tutti, sono cresciuti insieme. Non chiedono grandi opere, ponti con centri commerciali o parchi divertimenti, ma un semplice ponte per tornare a vivere, anche per onorare chi non c’è più.

Però davanti a una tragedia nazionale si sta verificando quello che non volevamo proprio che si verificasse: una fiera degli annunci. Gli sfollati ormai si sentono traditi, traditi dalle istituzioni nazionali che sin dalle prime ore dopo la tragedia avevano dimostrato grande vicinanza e promettendo di ricostruire il ponte entro un anno, ma le cose non sembrano affatto così. E pensare che i genovesi avevano creduto nelle istituzioni, come dimostrano gli applausi ai rappresentanti del governo ai funerali delle vittime. Speriamo che non abbiano a ricredersi. I genovesi non hanno pazienza e si lamentano, anzi: mugugnano. Ma, soprattutto, agiscono. E quando agiscono lasciando il segno. Sempre. Uniti, testardi, forti. No, non si scherza con i genovesi. E chi oggi è chiamato a decidere sul futuro della Superba dopo il disastro del cavalcavia Morandi, è bene lo sappia. Perciò chi deve curare la ferita del ponte e rilanciare questa meravigliosa città dovrà risolversi a farlo in fretta e nel migliore dei modi. Perché i genovesi sono feriti ma non stupidi! Perché fra tanta Italia, marcia come le vecchie infrastrutture abbandonate, c’è un’altra Italia: ragionevole, generosa, coraggiosa, che non si arrende. Che deve abbracciarsi e che dobbiamo abbracciare tutta, partendo ora proprio dalla città della Lanterna. Perché, parafrasando una bella canzone di Paolo Conte: “Genova è di noi”. Di tutti noi.

 


Foto di Eleonora Arisci

Donato Mulargia

Classe 1998, sardo, amante della sua isola e della vicina Corsica, appassionato di politica internazionale, si è trasferito a Genova per studiare Scienze internazionali e diplomatiche all'Universita degli Studi di Genova.