L’emigrazione antifascista sarda in Corsica. Caratteri generali del fenomeno

di Martino Contu

Il tema dell’emigrazione antifascista sarda in Corsica era stato affrontato, oltre trent’anni fa, da Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis nell’opera L’antifascismo in Sardegna. In particolare, Antonello Mattone, nel saggio Caratteri e figure dell’emigrazione antifascista sarda, dedica alcune pagine al tema dell’espatrio di antifascisti isolani nell’isola divenuta francese: «In Corsica – grazie anche alle possibilità di una facile emigrazione clandestina – si è formata, soprattutto a Portovecchio, una piccola colonia di sardi, minatori, operai delle saline, braccianti. Emigrazione che si inserisce in una vecchia tradizione di lavoratori frontalieri e di pastori transumanti, ma anche di un’umanità irregolare, composta da contrabbandieri e briganti alla macchia».

Francis Pomponi, nel saggio Les lucchesi en Corse, scrive che, per ragioni di vicinanza geografica, nel corso degli anni venti del Novecento, dalla Sardegna si emigrava in Corsica. Su 100 emigrati italiani, 10 erano sardi e provenivano, in gran parte, dalla vicina provincia di Sassari. I toscani, invece, rappresentavano il 70% degli italiani, mentre il restante 20% proveniva dalla Liguria, in minor misura dal Piemonte e da altre regioni attraversate dalla pianura padana, e ancora meno dal centro e dal sud Italia: «Pour des raisons de proximité géographique, on ne sera pas étonné de trouver, dans une proportion de 10 pour 100 environ durant la décennie, des Sardes, notamment de la province de Sassari, mais ce n’est pas encore la période où ils viennent en grand nombre en Corse et il n’y a pas avec Sardaigne la tradition de cette forme d’émigration saisonnière qui caractérise les rapports avec la Toscane».

Nel 1924, secondo fonti dell’Archivio Dipartimentale di Ajaccio, citate da Francis Pomponi, la popolazione italiana era pari a 6.207 unità, così distribuita: Ajaccio, 2.073; Bastia, 2.218; Corte, 1.022; Calvi, 103; Sartène, 791. Cifra che, secondo lo stesso Pomponi, parrebbe sottostimata, valutando, invece, in circa 8.000 gli italiani in Corsica negli anni Venti e in 10.000 quelli presenti agli inizi degli anni Trenta. Se così fosse, nei primi anni Trenta, la colonia sarda nella vicina isola corsa doveva aggirarsi intorno alle 1.000 unità, pari al 10% del totale degli italiani in Corsica.

Gli emigrati del Bel Paese si concentravano, soprattutto, nei due principali centri dell’isola, Ajaccio e Bastia, che accoglievano i due terzi degli italiani, così come afferma Pomponi: «L’élément marquant par rapport au passé est le rattrapage du Sud résultant d’un rayonnement dans cette direction à partir du point principal d’entrée du flux qui demeure Bastia, et du phénomène relativement récent et appelé à s’intensifier d’arrivées en provenance de la Sardaigne. La progression sera forte durant la décennie qui suit dans le Cortenais et le Sartenais alors que la région de Calvi demeurera moins concernée».

Nel corso degli anni Venti e, soprattutto, negli anni Trenta, dalla Sardegna aumentò il flusso migratorio, spesso clandestino, diretto in Corsica. Si emigrava per ragioni di tipo economico, ma anche per motivi politici. Diversi antifascisti sardi raggiunsero clandestinamente la Corsica e lì si stabilirono; alcuni furono arrestati prima di raggiungere la costa corsa, come nel caso di Enrico Meloni di Gergei, ex carabiniere, bracciante, militante del Partito Repubblicano Italiano, arrestato dalle autorità fasciste mentre tentava di espatriare dall’isola di La Maddalena; altri si fermarono solo per un breve periodo, in quanto l’isula di Corsica «diventa in questi anni l’obbligata testa di ponte per il passaggio in Francia» sia per coloro che intendevano vivere il proprio esilio nel Paese transalpino, sia per quelli che decisero di combattere in Spagna, come nei casi del comunista Andrea Scano di Santa Teresa di Gallura e del sardista Dino Giacobbe di Dorgali.

Secondo i dati riportati nel Dizionario biografico degli antifascisti sardi e in Biografie di combattenti sardi in difesa della Spagna repubblicana, entrambi curati da Manlio Brigaglia e Maria Teresa Lella e inseriti nella citata opera L’Antifascismo in Sardegna, gli isolani antifascisti emigrati o residenti in Corsica, segnalati e ricercati dal regime e di cui siamo a conoscenza, risultano essere una trentina. La maggior parte di questi proveniva dal centro-nord della Sardegna, ossia dall’area di Sassari e dalla Gallura, con 15 antifascisti, pari al 51,7% degli espatri, e dalla zona del Nuorese e dell’Ogliastra, con 11 emigrati (.4%. el cagliaritano, pari al ile verificare la loro provenisnas (2), Ozieri38,0%). Solo uno proveniva dalla provincia di Cagliari, pari al 3,4%. Per altri due, invece, non è stato possibile verificarne la provenienza (6,9%). Relativamente alle professioni esercitate, gli antifascisti sardi presenti in Corsica erano in gran parte braccianti, pastori, muratori, manovali e artigiani. L’opposizione isolana al regime totalitario nell’isula di Corsica tenderà a configurarsi come un antifascismo popolare di matrice comunista e sardista. E saranno proprio i sardisti che manterranno uno stretto legame ideale e politico con la figura di Emilio Lussu, aderendo al locale movimento di “Giustizia e Libertà” del quale quest’ultimo era uno dei principali leader.

Fonti

Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Casellario politico Centrale, ad nomen.

Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone, Guido Melis (a cura di), L’antifascismo in Sardegna, 2 voll., Della Torre, Cagliari 1986.

Martino Contu, Studi, ricerche e contributi storiografici sulla Sardegna contemporanea, Aipsa, Cagliari 2012.

Francis Pomponi, Les lucchesi en Corse, in Émile Témine, Teodosio Vertone (a cura di), Gli italiani nella Francia del Sud e in Corsica (1860-1980), Franco Angeli, (Quaderni di «Affari Sociali Internazionali»), Milano 1988.