La Corsica e il mondo linguistico italo-romanzo: ulteriori punti di contatto

Questo articolo si propone di proseguire l’opera, precedentemente inaugurata, di progressiva analisi finalizzata a porre a confronto le strutture della lingua còrsa con l’italiano e i dialetti d’Italia, con l’intento di offrire una panoramica sugli aspetti della fenomenologia linguistica, che tendono a far rientrare la Corsica nell’orbita linguistica italo-romanza, per effetto di una serie di affinità di carattere fono-morfologico, sintattico e lessicale.

Tra i fenomeni che meritano di essere esaminati nel dettaglio per una loro notevole diffusione territoriale ve n’è uno che rappresenta uno sviluppo spontaneo, che interessa una vasta area del dominio linguistico italo-romanzo: si tratta del cosiddetto accusativo preposizionale, che consiste nel complemento oggetto retto (preceduto) da preposizione a, qualora si faccia riferimento ad un essere umano.

Questa tipologia di costrutto sintattico investe l’Italia meridionale nella sua interezza, in base a quanto attestato dal linguista tedesco Gerhard Rohlfs in Grammatica storica  della lingua italiana e dei suoi dialetti (Einaudi Editore, 1969, vol. “Sintassi e formazione delle parole”, par. 632): secondo quanto egli riferisce, il fenomeno in analisi risulta già noto nel siciliano antico, dal quale emergono enunciati del tipo truvau a Micheli Protopapa ‘trovò Michele Protopapa’, lu re stava aspettandu a Rugeri Lauria pri sicutari li Francisi e compare anche in quello moderno io amu a Diu ‘io amo Dio’, a Maria nun cidirimu ‘non cederemo Maria’, cci havi forsi a dari a chissà a so figghia ‘darà forse a codest’uomo sua figlia’, nonché nel calabrese chiamu a Petru ‘chiamo Pietro’, lassamu a chilla ‘lasciamo quella’, nel pugliese facettë trasì a Marië ‘fece entrare Maria’, nel napoletano spoglia a me e vieste a te ‘spoglia me e vesti te’ (dal «Pentamerone» di Giovan Battista Basile), nel romanesco cerchieno proprio a tene ‘cercano proprio te’, nel laziale meridionale si vvisto a ffratìmo? ‘hai visto mio fratello?’ e nell’abruzzese salútëmë a ppatrëtë ‘salutami tuo padre’.

Verso settentrione questo particolare aspetto attinente alla sintassi si estende all’Umbria e alle Marche, dove Rohlfs ha rilevato forme quali se vedo a vo’, moro contento ‘se vedo voi, muoio contento’ (umbro), chiamà a uno ‘chiamare uno’ (marchigiano), mentre in Toscana la diffusione del fenomeno è limitata all’isola d’Elba, dalle cui parlate sono emerse forme come volemo invitare a Giovanni, ò visto a ttuo babbo, chiamo a tte, conoscio a Mmichele, e all’isola del Giglio, dove è stata riscontrata la presenza di costruzioni del tipo avemo visto a Mmaria, avemo trovato a Ppietro. E proprio in continuità con i dialetti delle isole toscane, questo fenomeno sintattico trova ampio spazio anche nella lingua còrsa, della quale costituisce uno dei tratti maggiormente distintivi, come emerge dai seguenti costrutti: connoscu a Battista ‘conosco Battista’, cercu a bboi ‘cerco voi’, aghiu vistu a bbábbitu ‘ho visto tuo padre’, cercu ad ellu ‘cerco lui’, chiámanu a Ghjuvanni ‘chiamano Giovanni’. Tuttavia l’accusativo introdotto da preposizione ‘a’  si manifesta nel còrso, come pure nelle varietà dialettali dell’isola d’Elba, anche in relazione ai nomi di città, il cui trattamento è pari a quello riservato agli esseri viventi, come si evidenzia dalle seguenti frasi: connoscu a Parigi (còrso), conosco a Llivorno (elbano).

Nel Settentrione d’Italia l’uso del complemento oggetto retto da preposizione caratterizza, secondo quanto documentato da Rohlfs, il dialetto triestino, come si evidenzia in costrutti quali a mi, trattarme in sta maniera ‘trattare me in questa maniera’, no stéme lassar fora a mi ‘non mi lasciate fuori’, nonché la parlata di Genova u l’ha piccáu ad in carabinè ‘ha picchiato un carabiniere’.

È altresì rilevabile l’utilizzo della preposizione a in unione con un pronome personale in qualità di appellativo nei dialetti siciliani, nei quali risulta molto diffuso, come emerge da costruzioni del tipo a tia, vecchiettu, aspetta, aspetta ‘tu, vecchio, aspetta, aspetta’, a vui, mi vuluti purtari sta cascia? ‘voi, volete portarmi questa cassa?’, a vui, a vui, viniti ccà! ‘voi, venite qua!’, a tia, a tia, chi sta’ facennu docu ‘te, che stai facendo?’, nonché nella lingua còrsa, nella quale si attestano frasi come a chi passava, a chi venia, paisani, cittadini ‘chi passava, chi veniva, paesani, cittadini’. Un uso forse identico a questo è rappresentato da quello della a, che si ode, in unione con il pronome interrogativo, ad esempio nella grida dei venditori, e riscontrabile nel siciliano a cu’ ha’ accattari sali ‘chi vuol comprare sale?’, nel napoletano belle femmene mmeje, a chi vo’ acqua ‘chi vuole acqua?’, come nel còrso a chi n’ha bisognu, avanti, avanti! ‘chi ne ha bisogno, si faccia avanti!’. La stessa a si individua in frasi relative generalizzanti, soprattutto in proverbi, come emerge in particolare dal còrso in costrutti quali a chi ghiè pinzutu,’un more tondo ‘chi è acuto, non muore tondo’, nonché nel tarantino a ci tenë artë, tenë partë ‘chi ha arte, ha parte’ e nel sardo a cchie erríede sa ghenábara, pránghede sa domíniga ‘chi ride di venerdì, piange la domenica’ (Rohlf 1969: § 632).

Quella che intendo comunicare ai lettori còrsi è un’ulteriore prova dei preziosi e innegabili legami storico-linguistici, testimoniati su un piano rigorosamente scientifico da uno dei padri della dialettologia contemporanea qual è Gerhard Rohlfs, tra Corsica e Italia, che spero possano rappresentare per il popolo còrso una ragione valida per prendere coscienza della comune appartenenza culturale, che rafforzi sempre più, col tempo, le relazioni e gli scambi tra queste due sponde sorelle del Mar Tirreno, che le avversità della storia hanno per lungo tempo tenuto lontane, ma che, in realtà, non hanno mai smesso di dialogare, grazie all’impegno e al merito di diversi esponenti della classe intellettuale còrsa, in primis Pascal Marchetti, Paul Colombani e Olivier Durand, alla continua ricerca di un ricongiungimento con il mondo linguistico italo-romanzo, con la nobile finalità di garantire una concreta rivitalizzazione della lingua còrsa, tentando, dunque, di esorcizzare il temuto, quanto reale rischio di una sua definitiva estinzione.

 

Giuseppe Vitolo

Linguista, ricercatore, esperto in dialettologia, ha scritto per Corsica Oggi diversi articoli sul ruolo della lingua italiana quale lingua della memoria in Corsica, ed esplorato ipotesi su possibili modi di favorire un suo ritorno nell'isola accanto al francese e alla lingua corsa.

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