Il triste destino della Corazzata Roma

Ore 15:47. Due bombe colpiscono la corazzata Roma, gioiello della Regia Marina, colpita dai bombardieri bimotore tedeschi DO-217/K2, decollati da Istrés (Marsiglia). Siamo al largo delle coste sudoccidentali còrse, precisamente tra la Sardegna e la Corsica stessa, quando si scatena l’inferno. La prima bomba colpisce la nave tra le torri antiaeree da 90 mm, non producendo effetti devastanti ma in compenso attraversa lo scafo esplodendo sott’acqua e apre una falla. La seconda alle 15:50 centra la nave verso prua, precisamente sul lato sinistro fra il torrione di comando e la torre sopraelevata armata con cannoni da 381 mm, le conseguenze sono devastanti: a prua si allagano le caldaie causando l’arresto nella nave e i depositi di munizioni deflagrarono, cessa l’erogazione dell’energia elettrica e la torre numero 2 (quella coi cannoni da 381 mm) salta in aria con tutta la sua massa di 1500 tonnellate, cadendo in mare, mentre la torre corazzata di comando viene investita da una vampata così grande che la deforma e piega a causa del calore, fatta a pezzi e proiettata in alto in mezzo a due enormi colonne di fumo. Muoiono all’istante l’ammiraglio Bergamini e il suo Stato Maggiore, il comandante della nave Adone Del Cima e buona parte dell’equipaggio. Per la nave non c’è più nulla da fare, il suo destino è segnato: alle 16:11, si capovolge e in pochi minuti, spezzata in due tronconi, affonda, mentre sul ponte si affannano i superstiti, gravemente feriti ed ustionati. Chi si trova a poppa è condannato: cinquanta marinai in procinto di gettarsi in acqua vengono letteralmente disintegrati. Quelli che riescono a lasciare la nave vengono salvati dai cacciatorpediniere di scorta. La scena del Roma che si spacca in due tronconi viene immortalata in una fotografia scattata dal ricognitore britannico Martin B-26, pilotato a media quota dal tenente colonnello Herbert Law-Wright. È il 9 settembre 1943. Il giorno dopo l’armistizio dell’Italia con le forze alleate Anglo-Americane. Una data che i superstiti di quella nave non dimenticheranno mai.

La Corazzata Roma in affondamento, il 9 settembre 1943

 

La Roma è stata di certo il meglio della produzione navale bellica italiana della seconda guerra mondiale, appartenente alla terza unità della classe Littorio. Fu uno dei primi esempi al mondo di unità sopra le 35 000 tonnellate, limite imposto dal trattato navale di Washington in vigore all’epoca della progettazione e costruzione dell’unità, ma che venne disatteso di oltre il 15% per ottenere le caratteristiche desiderate. L’armamento principale costituito da nove cannoni da 381/50 Mod. 1934 in tre torrette trinate ad azionamento elettrico, che sparavano proiettili da 885 kg (perforanti) e 774 kg (esplosivi) con un alzo massimo di 36º alla velocità iniziale di rispettivamente 850 m/s (perforanti) e 870 m/s (esplosivi) capaci di colpire alla distanza di 44,6 km. Oltre a questi ospitava come armamento secondario antinave dodici cannoni da 152/55 Mod. 1936 in torri trinate usati anche per lo sbarramento antiaereo, dodici cannoni antiaerei da 90/50 mm in installazioni singole e quattro da 120/40 mm per tiro illuminante, più venti cannoni da 37/54 mm (in otto installazioni binate più quattro singoli) e ventotto mitragliere antiaeree da 20/65 mm (in quattordici installazioni binate). Secondo alcune fonti, invece, sarebbero state presenti trentadue mitragliere in sedici installazioni binate. I cannoni da 90/50, di tipo duale (antiaereo ed antinave) a caricamento manuale ed elevazione massima di 75º, avevano una gittata massima con alzo 45º di 15.548 metri (antinave), stimata in 13.000 secondo altre fonti, ed una tangenza di 9.000 metri (antiaerea), 10.500 secondo altre fonti. Era una vera e propria fortezza che solcava i mari.

La Roma, con la livrea mimetica modello 1942 ancorata nel porto della Spezia

 

Fu consegnata alla Regia Marina il 14 giugno 1942, ma non ebbe la possibilità di partecipare ad azioni belliche contro la flotta britannica. Il 21 agosto arrivò a Taranto dove fu assegnata alla IX divisione navale che comprendeva anche il Littorio e il Vittorio Veneto. Il 5 giugno 1943, durante il bombardamento della base di La Spezia, due bombe perforanti da 908 kg danneggiarono lo scafo, facendo imbarcare 2.350 t d’acqua. Stessa sorte toccò al Vittorio Veneto, così solo il Littorio rimase operativo, già precedentemente danneggiato nel bombardamento di La Spezia della notte tra il 18 e il 19 aprile, in cui era stato affondato anche il cacciatorpediniere Alpino. Mentre il Vittorio Veneto poté essere riparato e rientrare in squadra in poco più di un mese, per la corazzata Roma, colpita da altre due bombe, che non causarono falle nello scafo, furono necessari l’entrata in bacino e il trasferimento a Genova, rientrando in squadra solamente il 13 agosto. Alle 19.42 dell’8 settembre, 1943, il maresciallo Pietro Badoglio annunciò ai microfoni dell’EIAR la resa dell’Italia alle forze angloamericane alleate con cui la nazione era in guerra da quattro anni. Fu un giorno di drammatica confusione, in cui le truppe italiane si trovarono impreparate, senza ordini né piani, in cui la gioia di chi pensava che la resa si sarebbe tradotta nella fine della guerra si scontrò ben presto con la cruenta reazione delle forze armate tedesche. La notizia dell’armistizio raggiunse la Corazzata Roma, che in quel momento si trovava nel porto di La Spezia, pronta ad affrontare gli Alleati al largo della costa di Salerno. All’equipaggio della nave, insieme ad altre navi militari, fu ordinato di raggiungere l’Isola della Maddalena, come concordato con gli Alleati dopo lunghe trattative. L’Ammiraglio Bergamini inizialmente era andato su tutte le furie e non era d’accordo per tale decisione, ma dovette accettare con riluttanza gli ordini, dopo che ebbe l’assicurazione che era esclusa la consegna delle navi e l’abbassamento della bandiera e dopo essere stato informato che il generale Vittorio Ambrosio aveva chiesto agli angloamericani che la flotta per motivi tecnici potesse trasferirsi all’isola sarda, dove tutto era pronto per l’ormeggio delle navi e dove si sarebbero trovati il re Vittorio Emanuele III e il governo. Alle 2.00 di notte la nave partì, in segreto. Nessuno sapeva a cosa stavano andando incontro. La Corazzata non raggiunse mai l’isola sarda. Verso le 15:10 al largo dell’Isola dell’Asinara la flotta fu sorvolata ad alta quota da ventotto bimotori della Luftwaffe, dando inizio a una battaglia che causò l’affondamento della Roma.

Il percorso della flotta italiana a comando di Bergamini.

 

Per quasi 70 anni Ricercatori, storici, compagnie di recupero hanno perlustrato i fondali del Mediterraneo per cercare la corazzata affondata, senza mai trovarla. All’inizio si pensava che il relitto giacesse ad una ventina di miglia al largo di Castelsardo (Sassari), ma fu ritrovato il 28 giugno 2012 da un team di ricerca guidato dall’ingegnere Guido Gay, con la presenza di personale della Marina Militare, nel Golfo dell’Asinara a 1.000 m di profondità e a circa 16 miglia dalla costa sarda. Il personale militare è stato in grado di confermare l’esattezza del relitto confrontando le immagini di alcuni cannoni d’artiglieria contraerea. Il sito dove giace il relitto della corazzata Roma è stato individuato e visitato grazie all’ausilio di un sofisticato robot subacqueo. Già due giorni prima il relitto era stato identificato e la presenza annunciata nelle acque della Sardegna da un team di ricercatori guidato da Francesco Scavelli, ma ovviamente non si trattava del punto giusto.

I resti del Roma

 

Al momento non è previsto alcun recupero della nave. Ma si pensa invece alla trasformazione di tutta l’area in un sacrario. Motivo per il quale, in attesa della definizione di questi passaggi, non sono state ancora rese note con precisione le coordinate esatte dei punti dov’è avvenuto il ritrovamento. Forse è giusto così, in fondo ormai quella gloriosa corazzata italiana è la casa di molti pesci e specie ittiche, ma soprattutto è la tomba di 1352 persone, morte insieme all’ammiraglio Carlo Bergamini e a buona parte dello stato maggiore della Regia Marina.

 

Marco Bucci

Romano classe 1986, Judoka specializzato in contro-tecniche e tecniche con l'uso prevalente della gamba (Ashi-waza). Sono un appassionato di Geografia, Geopolitica, lingue stranire, Storia, cucina, Judo, Rugby, Nuoto e di tutti gli altri sport. Mi sono laureto in Geografia con una tesi riguardante Newcastle come limes geo-linguistico, il mio percorso di studi, al di fuori del curriculum ambientale, si concentra anche su Geopolitica, Geografia dell'alimentazione e Geografia delle lingue. Recentemente ho anche ottenuto le qualifiche di rappresentante e Sommelier, quello dei vini è un mondo che mi ha sempre affascinato e recentemente sto mettendo in pratica le mie abilità da Sommelier giorno dopo giorno, cogliendo l'occasione di distribuire il vino nei ristoranti e nelle enoteche di Roma, sperando in futuro di portare i prodotti del Made in Italy al di fuori dei nostri confini nazionali, puntando in mercati dove il prodotto italiano va molto di moda come ad esempio Regno Unito o la Russia, il mondo arabo per quanto riguarda l'acqua. Proprio per questo ho deciso di imparare due lingue del futuro, Arabo e Russo, fondamentali se un domani dovrò comunicare con potenziali clienti di nazioni in forte crescita. Nel tempo libero mi piace leggere, dipingere, cucinare, fare Judo e Nuoto, scattare le foto, studiare le lingue.