È morto Andrea Camilleri, lo scrittore che mescolava con sapienza italiano e siciliano

Si è spento a 93 a Roma lo scrittore siciliano Andrea Camilleri, autore – tra gli altri personaggi – del celebre commissario Montalbano. Da tempo cieco, il maestro si faceva assistere dalla giovane scrittrice Valentina Alferj che lo aiutava negli ultimi anni a scrivere i suoi romanzi.

Pubblicati in molti paesi del mondo, compresa la Francia, i romanzi di Camilleri e in particolare quelli di Montalbano, hanno portato la lingua siciliana sotto gli occhi di tutti i “non siciliano”, in una lingua che mescolava dialetto e lingua standard in un mix unico. Un’operazione filologicamente complessa che riguarda il recupero non solo di elementi lessicali, ma di sostanze del significato che, altrimenti, non sarebbero esprimibili o non sarebbero esprimibili con la complessa densità di significato che sul piano del riferimento antropologico un certo lemma dialettale porta con sé.

Per fare questo, Camilleri metteva in atto alcuni meccanismi, che permettevano al lettore italiano che non conoscesse il siciliano di desumere il significato delle parole. O per contrapposizione con un opposto italiano, come “accattare e vendere”, dove si può facilmente capire che il primo verbo sta per “comprare”. Oppure dal contesto. Si legge, ad esempio, in apertura de Il ladro di merendine: «Mentre beveva, taliò fora dalla finestra spalancata». A chi non sappia che il verbo “taliare” in siciliano significa “guardare”, non sarà difficile inferirne il significato a partire dall’analisi della situazione: Montalbano si trova, infatti, davanti ad una finestra spalancata e “talìa” fuori da essa, scorgendo la luce dell’alba.

Un diverso espediente si trova ne Il birraio di Preston – che non è, però, uno dei romanzi di Montalbano –  si legge: «’Mi permette una parola?’ – spiò da una poltrona dove stava a leggersi il giornale il preside Antonio Cozzo». Il punto di domanda, che inequivocabilmente assegna all’espressione “Mi permette una parola” una funzione interrogativa, guida velocemente il lettore ad interpretare il verbo “spiare” (ancora una volta declinato secondo tradizioni dialettali di specifiche zone della Sicilia, al passato remoto “spiò” in alternativa all’altra forma attestata di “spiau”) non nella direzione semantica dell’italiano standard (secondo cui significherebbe “guardare di soppiatto senza essere visti”) ma in quella indirettamente recuperata del dialetto siciliano secondo cui il significato del verbo è “domandare”.

Notiamo, tra l’altro, che la lingua siciliana non viene messa solo in bocca ai personaggi, nei discorsi diretti, ma usata anche direttamente dal narratore per descrivere un paesaggio o un’azione.

Una lingua unica, mescolanza sapienza di parole siciliane e italiano standard, uno dei tratti distintivi del grande maestro che oggi viene ricordato e celebrato in Italia e nel mondo, grazie a tanti messaggi di cordoglio e di affetto.