Bobby Sands: la storia dell’allodola d’Irlanda.

C’è una grande ferita aperta nel cuore del nostro continente. Una vicenda mai davvero affrontata dalle cronache ufficiali e che, in un silenzio molto simile a una censura, racconta di umiliazioni, sopraffazioni e continue violazioni dei diritti civili e umani ai danni di un intero popolo. Un atto violento contro cui si sono schierate nei decenni intere generazioni, unite da un sogno capace di consegnare a tutto il mondo le parole che, in Irlanda, restano scolpite nella memoria di milioni di persone: «Tiocfaidh ár lá»; in italiano: «Il nostro giorno verrà». A pronunciare un simile motto, Bobby Sands, un ragazzo nato alla periferia di Belfast nel 1954 e, appena diciottenne, già devoto alla causa dell’indipendenza irlandese.

«È la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l’Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista»: queste furono le parole che il ragazzo di Belfast consegnò alla storia, comunque la si pensi.

Per la maggior parte dei nordirlandesi Bobby Sands è un eroe, un martiere morto per la libertà di un Paese, ma per i fedeli alla corona britannica Sands è semplicemente un terrorista dell’IRA.

“Se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. Non mi stroncheranno perché il desiderio di libertà e la libertà del popolo irlandese sono nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna.”

Queste sono le ultime parole del Diario di Bobby Sands, morto il 5 maggio 1981 a 27 anni nel carcere di Long Kesh, a pochi chilometri da Belfast, dopo 76 giorni di sciopero della fame; dopo di lui faranno la stessa cosa altri 9 detenuti.

Bobby Sands era un ragazzo comune, come tanti altri giovani della sua generazione, in Irlanda del Nord. Roibeard Gearóid Ó Seachnasaigh (il suo vero nome, irlandese) nasce il 9 marzo 1954 a Abbots Cross, nel distretto di Newtownabbey, nella periferia nord di Belfast. Nel dicembre del 1961, a soli 7 anni, è costretto con la sua famiglia a lasciare la propria abitazione, a causa delle sempre più violente e pesanti intimidazioni dei lealisti (che desiderano che l’Irlanda del Nord faccia ancora parte del Regno Unito di Gran Bretagna piuttosto che essere incorporata nella Repubblica d’Irlanda, generalmente di religione protestante anglicana) contro la popolazione nazionalista (che desidera la riunificazione con la Repubblica d’Irlanda, costoro sono di religione cattolica ma questa generalizzazione non è rigida perché esistono protestanti nazionalisti e cattolici unionisti) .

Il calcio è la grande passione di Bobby e la sua squadra preferita è l’Aston Villa; entra subito a far parte della squadra di calcio della scuola come ala sinistra ed è un buon marcatore.

Ma gli anni felici di Sands sono destinati a finire. Nel 1968 il mondo intorno a lui cambia per sempre, alcuni suoi amici non permettono più a lui ed alle sue sorelle di entrare a casa loro; comincia a sentir parlare di Ian Paisley,  un reverendo protestante che incita all’intolleranza nei confronti dei cattolici nazionalisti e proprio nel quartiere di Bobby avvengono i primi assassini di nazionalisti da parte del gruppo paramilitare lealista UVF.

Così ricorda Sands:

“(Nell’agosto del 1969) L’intero mondo, intorno a me, esplose e il mio piccolo mondo mi crollò addosso. Non dovevo aspettare che la TV raccontasse la storia perché ora era davanti al mio uscio. Belfast bruciava e ad essere incendiati erano i nostri distretti e le nostre umili case”.

– Martiri per l’Irlanda. Bobby Sands e gli scioperi della fame

In breve tempo, uno dei suoi compagni abbandona la squadra di calcio ed entra nella banda “Kill All Irish” (KAI). La banda in realtà è un gruppo di vigilantes, formata da uomini che girano per i quartieri a minacciare i cattolici nelle loro abitazioni. In poco tempo intere famiglie sono costrette ad andarsene, tra queste anche i Sands che si trasferiscono a Twinbrook (nella periferia Nord-Est di Belfast, un quartiere quasi totalmente privo di servizi e collegamenti con il resto della città). In questo quartiere non c’è la “Kill All Irish” ma sono i soldati britannici, arrivati nell’agosto del 1969, a minacciare i cattolici repubblicani.

Bobby si rende subito conto che non c’è nessuno che possa proteggere la sua famiglia e la sua comunità da una tale brutale repressione;  a 18 anni entra quindi nell’IRA, l’Esercito Repubblicano Irlandese.

«Avevo visto troppe case distrutte, padri e figli arrestati, amici assassinati. Troppi gas, sparatorie e sangue, la maggior parte del quale della nostra stessa gente. A 18 anni e mezzo mi unii all’IRA.»

Nove mesi dopo il massacro del Bloody Sunday a Derry nel gennaio del 1972 che costò la vita a 14 civili innocenti uccisi dai parà dell’esercito britannico, nell’ottobre del ’72 vengono trovate 4 pistole nella casa in cui si trova Bobby Sands che viene così arrestato per possesso illegale di armi. Dopo aver rifiutato di riconoscere la Corte (Diplock Courts) , viene condannato a 3 anni e mezzo di reclusione, che trascorre con lo status di rifugiato politico nei cages di Long Kesh: altro non sono che vecchi hanger della Seconda Guerra Mondiale.

In prigione impara a suonare la chitarra e il gaelico, l’antica lingua dell’Irlanda; impara la storia del suo Paese e di coloro che hanno combattuto per la libertà e l’indipendenza del suo popolo. Dagli altri detenuti viene a conoscenza delle lotte degli altri popoli del mondo, della storia di Che Guevara e Camillo Torres. Quel che più affascina Sands è il modo di operare dei comitati popolari dell’America Latina.

Nell’aprile del 1976, dopo la liberazione, cerca di mettere in pratica ciò che ha imparato dalle lotte dell’America Latina nel suo quartiere di Twinbrook: organizza un centro comunitario, fonda dei comitati popolari, fa in modo che i taxi arrivino nel suo quartiere, costituisce un’associazione di inquilini, fonda un giornale chiamato “An Phoblacht” e diventa punto di riferimento per i giovani del suo quartiere.

In quei 6 mesi di libertà torna anche tra le file dell’IRA. Ma nell’ottobre dello stesso anno viene di nuovo arrestato. Una bomba scoppia nel quartiere di Dumarry, alla periferia sudovest di Belfast e una pistola viene trovata dalla polizia nell’auto in cui viaggiano Bobby e altri 3 giovani, tra cui Joe McDonnell che sarà il quinto detenuto a morire di fame nel carcere di Long Kesh nel 1981. I 4 giovani vengono condannati nel settembre del ’77 a 14 anni di reclusione a causa della pistola ritrovata nella loro auto.

Bobby Sands trascorre in isolamento i suoi primi 22 giorni di carcere nella prigione di Crumlin Road (a Belfast) nella quale viene coinvolto in tumulti. Il suo coinvolgimento gli costa un ulteriore recrudescenza della pena: costretto a stare nudo per 15 giorni ed a digiuno una volta ogni tre giorni. Successivamente, viene rinchiuso nei Blocchi H, la nuova prigione costruita a Long Kesh e costituita da 8 edifici, appunto a forma di H, allo scopo di isolare i detenuti ed esercitare il massimo controllo sui prigionieri.

La prigionia di Sands nei blocchi H sarà completamente diversa dalle esperienze precedenti poichè dal 1 marzo 1976, sotto la guida del laburista Harold Wilson, il governo britannico si rifiuta di riconoscere lo status di prigionieri politici a tutti i detenuti condannati per reati di tipo terroristico; tali prigionieri vengono considerati dunque alla stessa stregua di spacciatori, assassini e delinquenti. Ma il 14 settembre ’76, un giovane di Belfast rinchiuso a Long Kesh, Kieran Nugent (Ciarán Núinseann, in irlandese) si rifiuta di indossare la divisa carceraria perché ciò l’avrebbe equiparato ad un criminale comune.

– “Se volete che la indossi dovrete cucirmela addosso”

– “Eccone un altro”, avevano ridacchiato i secondini.

Le guardie lo tengono nudo nella sua cella vuota, con solo una coperta per coprirsi: Kieran Nugent diventa il primo blanket man, l’uomo con la coperta, che dà inizio ad una protesta che, a sua insaputa, gli porterà grande seguito da parte di tanti altri detenuti. Tra cui Bobby Sands.

Ecco un documento audio dell’epoca che riporta il racconto di Padre Denis Faul, in quegli anni uno dei più autorevoli cappellani del carcere di Long Kesh.

La “protesta della coperta” è accompagnata da brutali maltrattamenti da parte dei secondini, per ogni più piccola cosa i blanket men vengono rinchiusi in isolamento, dove sono mantenuti in condizioni molto precarie e sottoposti a durissimi pestaggi. Non appena escono fuori dalla cella per andare ai bagni, sono messi contro il muro e presi a calci e pugni. Ottenere il permesso di percorrere tutto il corridoio che porta ai bagni diventa un privilegio che viene sempre più negato.

Il 28 marzo del 1978, dopo aver condotto per due anni la “Blanket protest”, i detenuti del Blocco H sono costretti a cominciarne una seconda, la No Wash Protest: si rifiutano di lasciare le loro celle per andare ai bagni, le guardie allora portano loro delle bacinelle puzzolenti di plastica, contenti un centimetro d’acqua, e pretendendo che si lavino. I prigionieri si rifiutano di farlo e i secondini, anziché svuotare i buioli dei detenuti, glieli restituiscono mezzi pieni oppure con un calcio sversano il contenuto sul pavimento delle celle e queste, in brevissimo tempo, sono in uno stato disastroso con feci e urina dappertutto, sui materassi e sulle lenzuola.

I detenuti sono costretti a vivere tra rifiuti ed escrementi di ogni tipo e per liberarsene non possono fare altro che svuotare i buioli fuori dalle finestre oppure spalmare le loro feci sui muri per farle seccare. Le condizioni di vita a Long Kesh si aggravano in modo impressionante: i vermi incominciano ad infestare le celle, compaiono infezioni alla pelle ed agli occhi, diarree e dissenterie sono sempre più all’ordine del giorno.

Ma in quell’inferno Sands finisce per svolgere tra i suoi compagni una triplice funzione: in primo luogo capisce l’importanza della lingua gaelica e decide di insegnarlo agli altri detenuti, appoggiandosi allo stipite della porta; il gaelico diventerà lo strumento con cui i prigionieri comunicheranno tra di loro per non farsi capire dai secondini. Lo stesso gaelico che sarà utilizzato da Sands il 17 marzo del 1981, nell’ultima pagina del suo diario.

Il secondo elemento che caratterizza l’azione di Bobby tra i suoi compagni a Long Kesh è il suo rapporto con la musica. Infatti, Bobby capisce che la musica è molto importante per tenere alto il morale dei prigionieri e, quando la sera i secondini se ne vanno,  fa in modo che vi siano canzoni e ballate o qualcuno che racconti aneddoti, magari in occasione del compleanno di uno loro. Bobby stesso scrive delle canzoni di cui due delle più famose, Back Home in Derry e McIlhatton, dopo la sua morte verranno fatte conoscere in tutto il mondo dal cantautore irlandese Christy Moore.

Il terzo elemento dell’azione di lotta di Sands è far conoscere le barbarie di Long Kesh fuori dal carcere tramite messaggi clandestini, conosciuti sotto il nome di “comms”. Sands organizza delle vere e proprie squadre di detenuti-scrittori che scrivono su pezzetti di carta igienica o cartine di sigarette centinaia di messaggi clandestini da inviare a gente comune, giornalisti, autorità del mondo politico e religioso, sindacalisti e celebrità dello spettacolo mentre le brutalità a Long Kesh raggiungono punte ancora più estreme.

Onde evitare il diffondersi di malattie, i prigionieri vengono prelevati con la forza e portarti in altre zone del carcere per effettuare la disinfestazione delle celle, durante il tragitto sono sottoposti a pestaggi e perquisizioni anali. Fortissimi disinfettanti vengono passati sotto le porte delle celle, causando vomiti e malessere, molti blanket men rischiano il soffocamento durante i bagni forzati in acque bollenti o gelide; questi trattamenti prevedono anche l’uso di grosse spazzole, sfregate senza pietà sul corpo dei prigionieri, che provocano tagli ed escoriazioni.

Nel frattempo, a nome dei Blanket Men, Bobby Sands comincia a scrivere per il giornale repubblicano “Republican News” con lo pseudonimo di Marcella, il nome di sua sorella.

In continuo contrasto con l’autorità della prigione, viene chiuso in isolamento per lunghi e frequenti periodi. Il 1° gennaio del 1980, tramite il comitato a sostegno dei detenuti, vengono rese pubbliche le 5 richieste dei prigionieri in lotta: i carcerati chiedono di non indossare l’uniforme carceraria, non svolgere i lavori previsti dal regolamento, libertà di associazione, maggiori attività educative e ricreazionali e più corrispondenza con l’esterno, il ripristino delle riduzioni di pena perdute a causa delle precedenti proteste.

Anche le detenute del carcere femminile di Armagh (l’equivalente femminile del carcere di Long Kesh) si rifiutano di svolgere il lavoro carcerario ed il 7 gennaio del 1980 vengono prese a calci e pugni da un gruppo di guardie carcerie in tenuta antisommossa, così duramente che alcune di esse finiscono in ospedale. Alle prigioniere viene proibito l’uso delle docce dei bagni e in breve tempo le loro celle sono in uno stato disastroso come quelle del Blocco H di Long Kesh.

Il 10 ottobre del 1980 falliscono i colloqui tra il primate cattolico nordirlandese Tomás Ó Fiaich e il governo britannico che si erano protratti per circa 6 mesi. Tramite un comunicato diramato clandestinamente dalla prigione, i detenuti annunciano che dal 27 ottobre 1980 daranno inizio ad uno sciopero della fame: Bobby Sands (come altri) si dichiara assolutamente pronto ad iniziare e viene anche nominato rappresentante dei detenuti repubblicani di Long Kesh.

Al giorno prestabilito sono in sette ad iniziare lo sciopero della fame ed il 1° dicembre si uniscono ai detenuti di Long Kesh anche tre detenute del carcere di Armagh, due settimane dopo (tra il 15 e il 17) altri 30 vi si aggiungono. Con il passare dei giorni, tuttavia, si aggravano le già precarie condizioni di uno dei primi sette detenuti che hanno rifiutato il cibo, Sean McKenna, che dopo 51 giorni di sciopero si ritrova in fin di vita; a quel punto il governo britannico sembra disposto a venir incontro alle richieste dei detenuti e così il 18 dicembre 1980, tramite un comunicato scritto da Sands, viene sospeso lo sciopero della fame (anche se la Blanket Protest continua).

Dopo la fine dello sciopero, la tensione nel carcere diminuisce e viene concesso a Sands di incontrare i rappresentanti dei detenuti degli altri quattro “blocchi”,  il direttore della prigione e un funzionario di governo. Questa situazione è destinata a durare pochissimo: il 20 dicembre, il direttore del carcere comunica a Bobby che un’uniforme carceraria, in stile abiti civili, dovrà essere indossata in ogni momento della giornata.

In segno di protesta dopo il voltafaccia del governo britannico, che prima aveva promesso ai detenuti di indossare abiti civili e poi fatto marcia indietro, il 27 gennaio del 1981, 96 prigionieri distruggono il mobilio delle celle in cui sono rinchiusi. La reazione dell’autorità è brutale: 80 detenuti vengono duramente picchiati e lasciati in cella con il pavimento coperto di escrementi, senza lenzuola o coperte per la notte. La situazione a Long Kesh ritorna al punto di partenza.

Così, il 1° marzo del 1981, Bobby Sands inizia un nuovo sciopero della fame, insiste e ottiene che i suoi compagni si uniscano a lui solo due settimane più tardi.

Testimonianza del fratello di Francis Hughes, morto anche lui come Bobby Sanda a Long Kesh, TG2-Spazio Sette, 1981, servizio di Franco Biancacci (Archivi Rai):

Manifestazioni a sostegno di Bobby Sands si svolgono in tutto il mondo, da Londra fino alle Americhe. Il 1° marzo del 1981 inizia a scrivere un diario che continuerà per 17 giorni servendosi di un refill di biro e della carta igienica che sovente doveva tenere nascosto nel suo corpo per sfuggire alle perquisizioni dei suoi secondini. Il governo di Londra risponde che non accetterà mai una trattativa diretta con i prigionieri. Lunedì 23 marzo, quando le sue condizioni di salute si aggravano, viene ricoverato nell’ospedale del carcere. Alla fine del mese avviene un fatto inaspettato: muore improvvisamente Frank Maguire, deputato indipendente anti-unionista del Parlamento inglese per la circoscrizione di Ferranagh/South Tyrone.

Viene così annunciata la candidatura di Bobby Sands alle elezioni suppletive che si svolgeranno il 9 aprile, e contro ogni previsione dei media, Sands viene eletto al parlamento di Westminster. Nonostante si trovi in carcere e le forze paramilitari unioniste conducano continui attacchi ai cittadini cattolici, Bobby Sands viene eletto con 30.492 voti, contro i 29.046 dell’avversario.  Appena diffusasi la notizia, furiosi scontri avvengono per le strade di Belfast. Ironicamente, Bobby Sands riceve più voti di quelli ottenuti dalla stessa Primo Ministro Margaret Thatcher quando era stata eletta.


L’audio originale della comunicazione dei risultati delle elezioni suppletive del membro della Camera dei Comuni:

Il 3 maggio, dopo 5 arresti cardiaci durante la protesta, entra in coma. Alle 1.17 di martedì 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame, Bobby Sands muore nell’ospedale del carcere di Long Kesh, all’età di 27 anni. I funerali si tengono il 7 Maggio a Belfast con la partecipazione accorata di una folla di oltre 100 mila persone.

La reazione del mondo intero alla morte di Bobby Sands ha un eco vastissimo: il sindacato dei portuali di New York (Stati Uniti) annuncia un boicottaggio di 24 ore delle navi britanniche; lo Stato del New Jersey approva una risoluzione in cui si onorano il coraggio e l’impegno di Bobby Sands; a Gand (Belgio) gli studenti invadono il consolato britannico; a  Parigi e Milano migliaia di persone marciano dietro a grandi ritratti di Sands; al canto di “The IRA will conquer”, nell’Unione Sovietica la Pravda (organo di stampa dell’Urss) descrive l’accaduto come “un’altra tragica pagina della triste storia di oppressione, discriminazione, terrore e violenza in Irlanda” ed a Teheran (Iran), durante i primi giorni della rivoluzione islamica del 1979, gli studenti rivoluzionari cambiano il nome della via in cui si trova l’ambasciata britannica da Winston Churchill Street a Bobby Sands Street. Il nome è tuttora esistente.

Una settimana (12 maggio ’81) dopo la morte di Bobby Sands, muore il secondo “Hunger Striker”, Francis Hughes, dopo 59 giorni di sciopero della fame. Il 21 maggio 1981, saranno addirittura due i prigionieri a morire a poche ore di distanza l’uno dall’altro, McCreesh e O’Hara. Oltre al dolore per la loro morte, si aggiunge la rabbia dei famigliari a cui vennero restituiti i corpi, entrambi i quali presentavano i segni di percosse ricevute quando erano già privi di vita.

Mentre la situazione nelle strade dell’Irlanda del Nord diventa sempre più tesa e ingovernabile, il governo britannico, servendosi come intermediario di un uomo d’affari cattolico di Derry, inizia una trattativa segreta con la dirigenza della Provisional IRA.

Parallelamente a questa iniziativa segreta vi fu l’intervento pubblico dell’Irish Commission for Justice and Peace (ICJP), organismo legato alla Chiesa cattolica irlandese e ai partiti nazionalisti moderati, che inviò una sua delegazione per parlare con i funzionari del Northern Ireland Office (NIO), con i detenuti in sciopero e con l’OC dei prigionieri, Brendan McFarlane, che era subentrato a Sands all’inizio dello sciopero.

Sia la missione dell’ICJP sia la trattativa segreta si interrompono però alle 5 del mattino l’8 luglio quando Joe McDonnell muore dopo 61 giorni di sciopero, scatenando ancora una volta la violenza nelle strade. Nel corso delle sue esequie, soldati inglesi e polizia attaccano il corteo funebre sparando proiettili di plastica sulla folla.

Dopo di lui muoiono altri 5 detenuti: il 13 luglio Martin Hurson, il 1º agosto è la volta di Kevin Lynch ed il giorno successivo Kieran Doherty, l’8 agosto anche Thomas McElwee. Mickey Devine è il decimo e ultimo “Hunger Striker” a morire in quel di Long Kesh, il 20 agosto 1981. Intanto si fanno sempre più forti le pressioni sui famigliari dei detenuti in sciopero affinché convincano i loro congiunti a sospendere lo sciopero della fame. Fino a che il 26 settembre ’81, il detenuto Liam McCloskey sospende lo sciopero che ha condotto per 55 giorni, dopo aver saputo dai suoi famigliari che sono pronti a chiedere l’assistenza medica qualora entri in coma. Una settimana dopo, il 3 ottobre, i prigionieri di Long Kesh annunciano la sospensione dello sciopero della fame, iniziato 217 giorni prima da Bobby Sands.

Tre giorni dopo la sospensione, il Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, James Prior, riconosce il primo dei cinque diritti degli “Hunger Strikers”: poter indossare sempre i propri vestiti.

Qual è stato il significato politico e umano del sacrificio di Sands e dei suoi compagni? Dal punto di vista politico, l’intransigenza e il cinismo mostrati dall’allora Primo Ministro britannico Margareth Thatcher nei confronti della sorte dei detenuti di Long Kesh furono dettati da un preciso progetto politico che mirava a isolare e sconfiggere la lotta dell’IRA, progetto politico che si ritorse tuttavia come un boomerang contro quello stesso governo: infatti, fu proprio con la morte di Bobby Sands e dei suoi compagni, che lo Sinn Féin, il braccio politico dell’IRA, conseguì una vittoria senza precedenti alle elezioni politiche del 1984, iniziando un percorso politico che lo portò ad essere uno dei firmatari dell’Accordo del Venerdì Santo (lo storico accordo del 1998, firmato tra Londra-Dublino e i principali partiti politici dell’Irlanda del Nord).

Firma accordo del Venerdi Santo. Firmato a Belfast il 10 aprile 1998 (giorno di Venerdì santo) dal governo del Regno Unito e da quello irlandese.

Dal punto di vista umano, nonostante siano passati 38 anni dalla loro morte, Bobby Sands ed i suoi compagni sono ancora vivi tra la comunità nazionalista. I loro volti sono presenti nei tantissimi murales dell’Irlanda del Nord ed il loro sacrificio ricordato come se fosse accaduto ieri, questo non solo in Irlanda ma in tutto il mondo. Sono state scritte numerose canzoni su Bobby Sands, continuano ad essergli intitolate vie e monumenti in Francia, a Teheran e in Italia. Le ballate da lui scritte vengono cantante nei pub di tutto il mondo, il suo diario è stato tradotto in tutte le lingue, in Italia anche in lingua friulana.

Ed è per questo che l’allodola d’Irlanda, come Bobby Sands è stato definito, continuerà ispirare tutti coloro che in qualsiasi latitudine, dalla Palestina alla Turchia, dall’Australia agli Stati Uniti, combattono per la loro libertà e la libertà del loro Paese.

 

Donato Mulargia

Classe 1998, sardo, studente di Scienze internazionali e diplomatiche presso l'Università degli Studi di Genova. Appassionato di politica internazionale e storia contemporanea. Tante passioni, ma un unico grande amore: il giornalismo. Innamorato della sua Sardegna e della vicina Corsica.

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A proposito di Donato Mulargia

Classe 1998, sardo, studente di Scienze internazionali e diplomatiche presso l'Università degli Studi di Genova. Appassionato di politica internazionale e storia contemporanea. Tante passioni, ma un unico grande amore: il giornalismo. Innamorato della sua Sardegna e della vicina Corsica.

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