Opinioni

L’identità europea e quella dei suoi popoli

di Sabino Acquaviva

La mia tesi di fondo è la seguente: ridare vita alle culture e alle lingue dei popoli che abitano le regioni di cui è composta l’Europa significa guardare al futuro. E cercherò di dimostrarlo.

Molti sostengono che la difesa delle lingue regionali europee è il frutto di un’antica mentalità conservatrice. E’ vero esattamente il contrario. Contro le lingue regionali sono invece quanti difendono il primato di lingue nazionali, come l’italiano, il francese, lo spagnolo, cioè di lingue che ci ricordano un passato che ha visto i popoli d’Europa condannati ad almeno tre secoli di guerre fratricide con milioni di morti. Fino alle soglie del Rinascimento esisteva una lingua comune, il latino, e una serie di lingue regionali. In seguito, nello spazio di due o tre secoli, alcune lingue regionali sono diventate lingue nazionali ed hanno decretato la fine o il declassamento a dialetti delle altre lingue regionali. E così il castigliano è diventato lo spagnolo. Di qui il tentativo, in parte riuscito, di far morire (tra l’altro) il basco e il catalano. In Francia il prevalere del francese del nord ha decretato anzitutto l’agonia del provenzale e del bretone. In Italia il toscano è diventato l’italiano, dando vita ad una battaglia, quasi vinta e durata oltre un secolo, per cancellare le altre lingue regionali della penisola. Il massacro italiano delle lingue regionali è esemplare. Realizzata l’unità d’Italia, spesso con la violenza si è imposto l’uso del toscano, dimenticando la storia di lingue come, ad esempio, il veneto e il sardo. Queste e altre lingue regionali (non chiamiamole dialetti) sono state declassate, tentando di cancellarle, dimenticando che spesso si è trattato di lingue che venivano usate nella burocrazia, in molti casi nei trattati internazionali, nei porti, e via dicendo. L’italiano (cioè il toscano), la sola lingua che era permesso insegnare a scuola, veniva imposto giustificando ogni cosa guardando ai risultati di plebisciti di annessione alla neonata Italia che riguardavano popoli che probabilmente mai avrebbero voluto fare parte di uno stato in cui, per votare, di massima bisognava essere uomini, alfabeti e dotati di un consistente livello di reddito.

Un tempo, dunque, l’Europa era espressione di una serie di identità regionali unite da una religione (il Cristianesimo) e una lingua veicolare (il latino).

Però, ora, guardando all’evoluzione dell’Europa degli ultimi secoli, chi si può opporre a un salto di qualità nei progetti che guardano al futuro del continente? Ma il futuro di un’Europa veramente unita, che tuteli la sua ricchezza culturale, espressione dei popoli da cui è formata, è in pericolo e questo anzitutto perché siamo nelle mani di un gruppo di stati nazionali che probabilmente mai penseranno a realizzare veramente gli Stati Uniti d’Europa, anche se a parole talvolta sembrano battersi per l’unità del continente.

L’Europa unita quali caratteristiche dovrebbe avere? Certamente, e quindi anzitutto, come ho detto, abbiamo bisogno di una lingua veicolare che, ovviamente, non può tornare a essere il latino, ma deve essere l’inglese, vissuto come un nuovo latino, come una lingua comune europea. Il lavoro di diffusione capillare dell’inglese nel continente procede e questo anche perché, nella sua versione europea, è una lingua mista, anzitutto latina e germanica. E’ germanica nella sua dimensione popolare che guarda ai vocaboli concernenti la vita familiare e sociale elementare. Per il resto prevalgono parole latine, greche, francesi, italiane, spagnole, portoghesi, le cui origini nell’inglese (storiche e storico culturali) sono ben conosciute. E’ sufficiente pensare alla guerra dei cent’anni per le commistioni fra francese e inglese e al Rinascimento per l’italiano. Comunque, non sembra vi siano importanti opposizioni a un processo che sta dando vita ad una lingua veicolare europea con funzioni analoghe a quelle che erano proprie del latino nei secoli in cui le lingue regionali erano vive ed espressione dell’identità di popoli che nel tempo si è tentato di cancellare dalla storia del continente. In alcuni paesi, come ad esempio in Olanda, l’inglese è già presente alla pari della lingua locale, detta nazionale. In questa situazione, mentre è in corso questa trasformazione epocale, dobbiamo ridare vita e respiro alle lingue, ai popoli, alle identità politiche, che -per secoli- hanno reso viva la realtà europea. Oggi, finalmente, l’indebolimento delle identità nazionali a favore di quelle regionali e di quella europea, permette di pensare alla rinascita del nostro continente. Gli Stati Uniti d’Europa possono essere un’entità politica ed economica di oltre cinquecento milioni di abitanti capace di competere con le grandi potenze emergenti: l’India con il suo miliardo e cento milioni di cittadini e la Cina, con il suo miliardo e quattrocento milioni. Francia e Italia, con i loro sessanta milioni di abitanti per ciascuna sono due poveri nanetti.

In conclusione, il nostro continente si sta trasformando. Andiamo verso una rinascita delle lingue e culture regionali e una grande unità economica politica e federale, certamente a danno dei vecchi ed ottocenteschi stati nazionali. Quindi, il futuro è negli “stati uniti, ma federali, d’Europa”, nella tutela delle culture e delle lingue, nel declino dei troppi stati nazionali, vecchi e arrugginiti arnesi di governo. Ci sono gli indici di questo mutamento epocale che annuncia un altro futuro per l’Europa?

Certamente, il Veneto la Corsica e la Catalogna sono simboli del cambiamento. L’esempio più forte del futuro che ci viene annunciato forse è offerto dalla Catalogna, che ha riscoperto la propria lingua (e identità), declassata a dialetto dal pugno di ferro del castigliano. La rinascita di altre lingue regionali è dunque una valida risposta all’oscurantismo arretrato di molti difensori delle lingue nazionali e insieme l’annuncio di un possibile e diverso futuro per il nostro continente.

Ma questa trasformazione deve procedere in maniera diversa in contesti politici e culturali diversi. Per spiegarmi farò due esempi, paralleli perché ambedue espressione delle trasformazioni del continente, diversi perché procedono in contesti politici, linguistici, culturali, completamente differenti. E intendo parlare del Veneto e della Corsica.

In Corsica si parlava una lingua che nelle sue variabili settentrionali era analoga al toscano, per diventare analoga al sardo del nord in quelle meridionali. Culturalmente l’isola era però molto più vicina alla Toscana. Basti pensare che a Pisa l’ostilità verso la vicina repubblica di Lucca faceva si che per insultare qualcuno si usava la parola lucchese. Questa parola era così presente nella repubblica pisana, cui la Corsica apparteneva prima di essere annessa alla repubblica di Genova e poi alla Francia, che ancora oggi nell’isola si usa in senso spregiativo per gli italiani. Forse non rendendosi conto del fatto che usandola si restituisce un significato alla più antica storia dell’isola, allora molto vicina a quella della Toscana. Dopo l’annessione alla Francia una lotta secolare per rendere francesi i corsi ha ridotto al lumicino la loro identità. Ora è sempre più difficile definirsi e sentirsi corsi prima che francesi. E quindi assistiamo a un faticoso e difficile tentativo di restituire un’identità all’isola e al suo popolo. In conclusione, dietro la storia della Corsica c’è un popolo che ha tentato per secoli di difendere un’identità ora minacciata di estinzione.

La storia del Veneto, che si identifica per molti secoli con quella della repubblica di Venezia, è simile ed insieme differente. Simile perché anche la sua lingua è minacciata di estinzione, diversa perché, come il Catalano, è stato lingua nazionale di uno stato. Venezia possedeva un suo impero, la lingua veneta era una lingua nazionale utilizzata in tutto il Mediterraneo orientale, anche nei porti, nei commerci. Alcuni trattati internazionali, come almeno uno fra la Russia e l’impero Ottomano, furono scritti in veneto. Letteratura, teatro, poesia, in lingua veneta fanno parte della storia di questa regione. Eppure la lingua nazionale, il toscano ora chiamato italiano, si è imposto con la legge, la violenza e altri strumenti più sottili e raffinati.

Ora si tenta di tutelare la lingua veneta, cercando di introdurne l’insegnamento nella scuola, ma con risultati modesti.

Per il veneto come per il corso sarebbe indispensabile introdurre alcuni accorgimenti per salvare queste lingue.

Anzitutto devono essere appunto insegnate a scuola. Questo perché una lingua che non ha una scuola dietro di sé è destinata a una lenta ma sicura agonia.

In secondo luogo deve essere obbligatorio il loro uso negli uffici pubblici, almeno per coloro che lo richiedono.

In terzo luogo dovrebbe essere applicata una politica di recupero della letteratura, dell’identità del popolo e della sua cultura nella scuola, in una parola di riscoperta della vera storia di popoli europei per i quali è stata inventata una falsa storia nazionale.

In conclusione, prepariamo i popoli dell’Europa a far parte degli Stati Uniti d’Europa, l’unica risposta possibile di forse seicento milioni di Europei all’avanzata dei colossi demografici asiatici che presto saranno dei colossi anche economici capaci di schiacciarci in ogni senso. Per tutte queste ragioni finiamola di sostenere che la difesa delle identità regionali e dei popoli del continente è contro la storia. In realtà si tratta di progetti che tentano di disegnare un futuro per l’Europa di domani.

Sabino Acquaviva