8 settembre 1943

Sono passati esattamente 75 anni da uno dei giorni più importanti nell’immaginario collettivo italiano, l’8 settembre 1943. Questo perché alle 19:45 di quel mercoledì di settembre il maresciallo Pietro Badoglio, da poche settimane a capo del governo, annunciò via radio agli italiani ed al mondo che il Regno d’Italia aveva firmato l’armistizio con le potenze alleate, Stati Uniti e Gran Bretagna. Dopo aver voltato le spalle al fascismo, con la destituzione e l’arresto, il 25 luglio 1943, di Benito Mussolini, l’Italia voltava le spalle anche alla Germania nazista. Il che, visto che le truppe di Hitler affiancavano quelle italiane in tutti i teatri dove queste erano presenti, poneva agli italiani un rilevante quesito: come comportarsi con i tedeschi, quelli che fino a poche ore prima erano stati gli alleati di tre anni di guerra fascista?

La soluzione escogitata dal Re e da Badoglio fu semplice ed immediata: fuggire da Roma e rifugiarsi in terre sicure, lasciando i soldati italiani soli e senza ordini, se non quello, piuttosto generico, di “reagire ad eventuali attacchi”. Attacchi che non tardarono ad arrivare, e chiaramente dalla parte nazista, visto che la Germania hitleriana non trovò di suo particolare gradimento il cambio di fronte dell’Italia. I soldati tedeschi, bene equipaggiati ed organizzati, ebbero quasi ovunque la meglio sui soldati italiani, lasciati soli e senza istruzioni dal Re e dal governo e comprensibilmente parecchio disorientati per il repentino cambio di fronte.

Per le forze armate italiane fu il caos, caos a cui seguì, immancabilmente, il disastro: nel giro di pochi giorni le truppe tedesche si impossessarono di tutti i territori dell’Italia centro-settentrionale fino alla stessa Roma.

Nelle ore e nei giorni successivi all’8 settembre non mancarono quanti, fra i soldati italiani, decisero di rimanere fedeli all’antico alleato nazista: ben presto questi aderirono alla Repubblica Sociale Italiana, stato fantoccio della Germania proclamato da Mussolini per volere di Hitler due settimane dopo l’armistizio, il 23 settembre 1943.

La scelta della maggioranza dei soldati italiani, però, fu un’altra: resistere. Resistere nei campi di prigionia, dove pochissimi dei più di 600.000 soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi accettarono di collaborare con la Repubblica Sociale Italiana. Resistere a Roma, dove la brigata Granatieri di Sardegna, aiutata dalla popolazione, combatté duramente contro le truppe tedesche che volevano entrare in città. Resistere in mare, come i marinai della corazzata Roma, affondata dai tedeschi il 9 settembre 1943 nelle acque tra Corsica e Sardegna. Resistere a Cefalonia e Corfù, le isole greche dove i soldati italiani, arresisi dopo giorni di duri combattimenti contro le truppe tedesche, furono massacrati a migliaia per ordine personale di Adolf Hitler. Resistere in Puglia ed in Sardegna, dove le truppe italiane riuscirono a cacciare quelle nazifasciste senza l’aiuto di Stati Uniti e Gran Bretagna. E, tra gli altri luoghi, resistere in Corsica, dove i soldati italiani giocarono un ruolo centrale nella liberazione dell’isola.

In Corsica, come è noto, i soldati italiani erano sbarcati con il consenso dello Stato Francese di Vichy l’11 novembre del 1942, occupando l’isola col fine di prevenire uno sbarco angloamericano. È comunemente e giustamente ricordato che nei lunghi mesi di occupazione della Corsica da parte delle truppe italiane, cui si aggiunsero a partire dal giugno 1943 anche quelle tedesche, intense furono le attività volte a contrastare la resistenza antifascista locale, e quasi duecento furono i patrioti còrsi che caddero sotto i colpi della repressione nazifascista. Meno ricordato è, forse, il fatto che con l’8 settembre 1943 i soldati italiani in Corsica da occupanti si trasformarono in liberatori. Poche ore dopo l’annuncio di Badoglio dell’8 settembre, ovvero il 9 settembre, le truppe italiane, al comando del generale Giovanni Magli, iniziarono a lottare contro quelle tedesche al fianco dei resistenti del Fronte Nazionale guidato da Paulin Colonna d’Istria. In poche settimane, durante le quali sbarcheranno in Corsica anche truppe francesi e goumier di Francia Libera, i tedeschi furono sconfitti e costretti ad abbandonano l’isola.

I numeri parlano chiaro sul ruolo svolto dai soldati italiani nella liberazione della Corsica: degli oltre 1.200 caduti contro i tedeschi per la liberazione dell’isola ben più della metà furono proprio loro, quegli italiani arrivati da occupanti e morti da liberatori. Il loro sacrificio, certo, non poteva cancellare quelle macchie sull’onore d’Italia lasciate dal sangue di tanti patrioti còrsi caduti per mano dell’Italia fascista, macchie ancora ad oggi visibili nei rapporti tra le due sponde del Tirreno. Non per questo, però, si può dire che il loro gesto sia stato vano: il loro sacrificio fu una delle prime importanti pagine della resistenza italiana, quell’ampio fenomeno di riscatto nazionale che avrebbe portato gli italiani a liberarsi dal fascismo, spesso addirittura senza bisogno dell’intervento delle truppe angloamericane (vedi i casi di Sardegna, Puglia, Napoli e di buona parte del centro e nord Italia), ed a riorganizzare le proprie istituzioni nell’attuale Repubblica Italiana, stato fondato sui valori della resistenza e dell’antifascismo. E così come il loro sacrificio non fu inutile per l’Italia non lo fu nemmeno per la Corsica, cui fu risparmiato ben un anno di guerra: è infatti in buona misura anche grazie a loro se l’isola fu il primo territorio francese europeo ad essere liberato dalle truppe nazifasciste già il 3 ottobre 1943, ben nove mesi prima di quel 6 giugno 1944 in cui le forze alleate sbarcarono in Normandia dando avvio alla liberazione dell’esagono. Ed è dunque grazie anche a loro se quella data impressa nell’immaginario collettivo, l’8 settembre 1943, può essere benissimo vista ad Ajaccio, a Corte ed a Bastia, così come a Roma, a Napoli o a Cagliari, come quella del momento da cui partì la riscossa che avrebbe portato alla pace ed all’affermazione dell’ideale di libertà proprio della resistenza antifascista.